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Albertazzi, re Giorgio di nuovo sul palco dell’Argentina

“In fondo, se la vita fosse eterna sarebbe noioso”. E lui, Giorgio Albertazzi, la vita l’ha vissuta fino in fondo, goduta oltre l’immaginabile, per distaccarsi infine da questo mondo allo scoccare dei 93 anni che avrebbe compiuto il 20 agosto prossimo. Il suo cuore ha smesso di battere la mattina del 28 maggio scorso, mentre il grande attore di teatro si trovava a Fiesole, sua città natale, nella casa di Pia de’Tolomei da lui sposata nel 2007.

Le sue ceneri saranno a Roma giovedì 2 giugno al teatro Argentina, che nel pomeriggio a partire dalle 18, aprirà le porte al pubblico per un ultimo saluto al Maestro. A ricordare questo meraviglioso, indimenticabile artista saranno mandati in onda musica e proiezioni di video con spezzoni dei suoi spettacoli più apprezzati. Tanti gli ospiti attesi, anche se al momento non è previsto nessun intervento: l’idea, spiegano dal teatro, è quella di una cerimonia del silenzio e dell’ascolto.

Personalità controversa, Albertazzi è architetto, attore, regista, autore e anche fotografo. Toscano (nato a Fiesole), debutta con Luchino Visconti al Maggio Musicale Fiorentino in Troilo e Cressida di Shakespeare. Dal 2003 dirige per cinque anni il Teatro Argentina di Roma e nel 2007 sposa la nobildonna Pia de’ Tolomei. E’ il performer più imprevedibile della scena italiana e non solo. Memorabile il suo Amleto, regia di Franco Zeffirelli, in cartellone nel 1964 (anno delle celebrazioni shakespeariane) per due mesi all’Old Vic di Londra e vincitore del Challenge al Thèatre de Nation di Parigi.

Con L’anno scorso a Marienbad vince il Leone d’Oro a Venezia. Il suo Enrico IV nei primi anni ’80, regia di Antonio Calenda, apre una crepa formidabile nell’establishment teatrale italiano, tanto che si può parlare di “prima” e “dopo” Enrico IV per capire l’evoluzione o no della scena italiana, nel rapporto tra pagina e scrittura scenica. Il suo Adriano raggiunge le 800 repliche e nel 2004 fa storia il suo Dante dalla torre degli Asinelli di Bologna, davanti a ventiduemila persone.

In Cercando Picasso, regia di Antonio Calenda, Albertazzi gioca con il più acclamato ensemble di danza contemporanea, la Martha Graham Dance Company, e lo spettacolo è richiesto in tutto il mondo.

I suoi ultimi spettacoli, in ordine decrescente, sono stati: Il Mercante di Venezia (2015), Memorie di Adriano (2013), e  nel 2012  Puccini – Sprechgesang, per la regia di Giovanni De Feudis, è indubbiamente un omaggio al grande compositore ma anche ad Albertazzi: entrambi indefessi estimatori delle donne (“Non ho avuto amanti ma amate” è una sua frase celebre), entrambi innamorati dei cavalli (“Alle donne preferisco i cavalli, si cavalcano meglio”, altro aforisma del Maestro)e del brivido, della velocità, entrambi strenui difensori del primato dell’estetica nell’arte, entrambi non credenti ma convinti dell’ineffabile presenza degli dei.  Ambedue divorati dall’amore per la vita (“La felicità è vivere e io sono per la vita”), ambedue toscani: due stelle in un misterioso universo popolato da donne ( “Se non ci fossero le donne, la vita sarebbe come una stanza chiusa senza finestre. Noi uomini siamo molto più grezzi. Ecco, la donna è una finestra che si apre”).

Da giovane Albertazzi si era arruolano nella RSI: erano gli anni in cui comandava Mussolini, dell’alleanza con Hitler. Come disse lui nell’intervista al Fatto del 2015, “scelsi di stare con i perdenti”, riferendosi proprio alla sua adesione alla Repubblica di Salò. “La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l’Italia, ma con altro spirito”. E aggiunse: “Misi in salvo 19 ebrei”.
A.B.

 

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