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Arabia Saudita? I libri non fanno per te

Dietrofront, ci abbiamo ripensato: L’Arabia Saudita non sarà ospite d’onore del Salone del Libro di Torino 2016. La Fondazione del Libro, che organizza la manifestazione, ha ritirato l’invito al Regno dopo l’impennata delle proteste negli ultimi giorni.

Gli organizzatori hanno deciso, per l’anno prossimo, di cambiare la formula dell’intera manifestazione: per la prima volta non ci sarà un paese ospite d’onore, ma si dedicherà un focus particolare alla complicata galassia della letteratura araba, passando dal criterio geopolitico a quello geoculturale.

Il CdA della Fondazione ha prontamente accolto una petizione firmata dalle arabiste Paola Caridi e Lucia Sorbera, e subito rilanciata da Chiara Comito attraverso il suo blog Editoriaraba, che ha raccolto circa 200 firme in 48 ore.

Sarebbe stato troppo incoerente, sostengono le firmatarie, regalare la ribalta a un regime che non tutela le libertà di pensiero e d’espressione, reprime puntualmente il dissenso e soffoca a volte nel sangue le voci dei critici. Improponibile dedicare 300 metri quadrati di spazio espositivo al regime che ha incarnato lo spirito reazionario dell’establishment contrario alla Primavera araba, e più volte, dentro e fuori i confini nazionali, ha fatto parlare i cannoni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la condanna a morte di Ali al-Nimr. Il giovane, figlio di un noto esponente dell’opposizione saudita, è stato dichiarato colpevole di 14 reati per aver preso parte a una manifestazione contro il regime quando aveva 17 anni, uno in meno della maggiore età. La sua sentenza prevede che sia decapitato e poi crocifisso. E come denunciano le ONG contrarie alla pena di morte, altri ragazzi rischiano di subire la stessa condanna.

Certo, che l’Arabia Saudita non fosse il paradiso della libertà non era esattamente un mistero: la scelta di invitare al Salone il Regno aveva già attirato critiche, ad esempio da Paolo Mieli in un editoriale del 30 settembre. Ma non si può non notare la coincidenza quasi perfetta fra il testo della petizione firmata da Caridi e Sorbera e la delibera della Fondazione.

L’ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid Krimly, ha affidato la reazione ufficiale a una “lettera aperta agli amici italiani” in cui rivendica l’insindacabilità degli affari interni del Regno: “Anche noi potremmo non gradire alcuni aspetti della cultura, della politica o del sistema giuridico italiani, ma non ci troverete ad impartirvi lezioni su come condurre i vostri propri affari”.

Paola Caridi ha commentato la notizia con entusiasmo: “Basta crederci”, scrive in un articolo del suo blog, in cui definisce i giorni scorsi “faticosi” ma “esaltanti”.

Più cauta Chiara Comito, che ammonisce: non basta decidere di dedicare il Salone alla letteratura araba; occorre chiarire prima possibile come saranno scelti i suoi rappresentanti, chi farà materialmente la selezione e con quali criteri. E i governi degli Stati arabi, nessuno dei quali al momento figura tra i campioni della democrazia, faranno di tutto per mandare a Torino gli intellettuali più allineati alle posizioni ufficiali.

Sarà anche un’occasione per sperimentare un format nuovo, con eventi serali cui si potrà assistere pagando un biglietto ridotto, come si è già visto in occasione dell’Expo di Milano.

Spiega Ernesto Ferrero, la cui carica di direttore artistico è stata appena ratificata dal CdA della Fondazione: “Tutti conosciamo poco la letteratura e la cultura araba, spesso fondandoci su pregiudizi. Si tratta invece di un patrimonio di grande interesse, la cui conoscenza ci potrà aiutare tutti a capire meglio una parte del nostro mondo”.

E qualcuno già si augura che la formula del Salone cambi in modo definitvo. Il cambio in corsa di quest’anno è l’episodio più eclatante, ma è ben lontano dall’essere l’unico in cui la scelta di invitare un paese come ospite d’onore è stata criticata con forza.

Contro il criterio geopolitico adottato fin qui giocano due fattori legati fra loro Primo, lo scollamento – più o meno marcato a seconda dei casi, ma mai del tutto assente – fra i movimenti artistici e letterari e le istituzioni statali chiamate a rappresentarli. Secondo, l’irrilevanza dei confini di Stato nella diffusione della letteratura. Irrilevanza che Ferrero conferma: “Ai lettori e ai visitatori del Salone i confini geografici interessano poco”.

L’Arabia Saudita era stata al centro di un caso analogo nel 2011, quando fu ospite d’onore del Book World Prague. “Non portarono a Praga alcun autore saudita, né famoso né minimamente noto”, ricorda lo scrittore USA Michael Stein, che vive a Praga, e i libri esposti nel padiglione ufficiale “mostravano una netta tendenza a trattare argomenti neutrali, come botanica, foto di paesaggi desertici e una buona dose di libri per bambini”.

F.M.R.

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