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Archiviato il processo svedese contro Assange

Cade l’accusa contro Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Dopo sette anni di indagini, la procura svedese ha archiviato l’inchiesta che lo vedeva accusato di stupro.

Lo ha annunciato la procuratrice Marianne Ny, alla vigilia dell’udienza del tribunale che avrebbe dovuto decidere sul mandato di cattura internazionale emesso nei suoi confronti dalla Svezia.

Il fascicolo è stato archiviato perché “per l’immediato futuro” i giudici svedesi ritengono impossibile arrestarlo: com’è noto, dal 2012 è sotto la protezione dell’Ecuador, che gli ha concesso asilo politico e lo ospita nella sua ambasciata a Londra. Se Assange rimettesse piede in Svezia prima dei termini di prescrizione del reato, cioè entro il 2020, il processo si potrebbe riaprire.

Caduta l’accusa nei suoi confronti, ora c’è da aspettarsi che cada anche il mandato di cattura internazionale. Una “vittoria totale”, dice il suo legale. Ma per Assange potrebbe non essere ancora il momento di uscire dall’ambasciata e tornare in libertà.

La polizia britannica infatti ha dichiarato di dover rispettare un mandato di cattura emesso dal Westminster Magistrate’s Court. Secondo il comunicato, “il tribunale di Westminster emise un mandato di cattura per Julian Assange dopo che questi si rifiutò di presentarsi alla Corte il 29 giugno 2012”. Scotland Yard riconosce che queste accuse sono “molto meno gravi” dello stupro, e richiedono una “risposta proporzionata”. Ma Wikileaks teme che dietro queste formalità si nasconda ben altro.

Secondo quanto si legge sul sito, le autorità britanniche “si sono rifiutate di confermare o smentire di aver già ricevuto una richiesta di estradizione da parte degli USA”.

Era proprio questo il motivo per cui Assange si è sempre rifiutato di andare in Svezia collaborare con la giustizia svedese: temeva di essere estradato negli Stati Uniti, e lì di essere incriminato per aver divulgato centinaia di migliaia di documenti diplomatici riservati. Negli USA Assange rischia un processo per spionaggio internazionale che potrebbe costargli una condanna all’ergastolo o addirittura alla pena capitale. Autorità e servizi segreti non hanno mai fatto mistero di considerarlo un nemico: solo pochi giorni fa, il direttore della CIA Mike Pompeo ha definito WikiLeaks un “servizio d’intelligence non statale ostile” agli USA.

Contro di lui, però, non è stato aperto ufficialmente alcun fascicolo: le uniche notizie di indagini sul suo conto sono indiscrezioni trapelate proprio attraverso WikiLeaks.

Assange avrebbe voluto partecipare al processo svedese dall’Inghilterra: si presentò spontaneamente a Scotland Yard per farsi interrogare. Ma quando la Corte Suprema di Londra bocciò il suo ricorso contro l’estradizione in Svezia, chiese e ottenne asilo dall’Ecuador del presidente Rafael Correa. Da allora vive nell’ambasciata londinese dello Stato sudamericano. Qui a novembre 2016 è stato raggiunto da due magistrati svedesi, che lo hanno incontrato per discutere del caso che lo riguardava e che oggi è stato chiuso.

L’anno scorso, durante la presidenza di Barack Obama, Assange aveva promesso di consegnarsi alle autorità americane in cambio della libertà di Chelsea Manning, l’analista di intelligence che aveva trafugato decine di migliaia di documenti poi consegnati a Wikileaks e ai giornali. Ma Obama, anziché con un provvedimento di grazia, decise di scarcerare la Manning commutando la sua pena da 35 a 7 anni di carcere. La whistleblower è tornata in libertà mercoledì, alla scadenza dei termini così ridotti.

F.M.R.

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