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Armi a Libia e Iran, tre italiani in manette

Vendevano armi ed elicotteri in Libia e in Iran, violando l’embargo sul materiale bellico. È questa l’accusa che ha portato al fermo di due coniugi di San Giorgio a Cremano, Mario Di Leva e Annamaria Fontana, e di un avvocato, Andrea Pardi. Risulta indagato anche il figlio della coppia. È stato emesso un quarto fermo a carico di un cittadino libico, che però finora risulta irreperibile.

Le misure cautelari sono state eseguite dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia, su ordine della direzione distrettuale Antimafia di Napoli, nelle province di Roma, Napoli, Salerno e L’Aquila. Coordinano le indagini i pm Catello Maresca e Luigi Giordano. Ordinate anche dieci perquisizioni.

Le armi vendute senza autorizzazione sarebbero fucili d’assalto, missili terra-aria ed eliambulanze, che con tutta probabilità venivano convertite all’uso militare una volta arrivate a destinazione. Tra gli acquirenti ci sarebbe anche un gruppo armato libico affiliato all’ISIS.

Il sistema ruotava intorno alla Società Italiana Elicotteri, di cui Pardi è amministratore delegato. L’uomo – è questo il punto di partenza delle indagini di oggi – era stato coinvolto nel 2011 in un altro procedimento presso la procura di Napoli. In quell’occasione, gli inquirenti avevano scoperto che un esponente della “mala del Brenta”, con precedenti per traffico d’armi, aveva contattato un uomo di fiducia dei Casalesi per organizzare un campo d’addestramento clandestino per mercenari somali alle isole Seychelles. A prendere contatti con la camorra era stato un somalo con doppia cittadinanza italiana, imparentato con il dittatore del Puntland, un signore della guerra che nel caos della Somalia si era ritagliato uno spazio di potere dove agire in totale impunità.

Nel caso libico, la vendita di armi e pezzi di ricambio passava attraverso una società ucraina, mentre il materiale destinato all’Iran passava per una società registrata a Panama, Stato che non riconosce l’embargo contro Teheran. A procurare i contatti sul posto erano i coniugi Di Leva: gli inquirenti hanno acquisito agli atti foto della coppia in compagnia dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Mario Di Leva si era convertito all’Islam, assumendo il nome di Jaafar, e gli inquirenti stanno cercando di capire se dietro le sue azioni ci fosse anche una motivazione legata al jihad. Sua moglie ha vissuto per 17 anni a Teheran e ha anche esperienze in politica: iscritta al PSI e poi al PSDI, fra gli anni ’80 e ’90 ha fatto parte di due giunte comunali a San Giorgio a Cremano. Nel 2009 il Copasir l’ha interpellata in un’indagine su una fondazione della rete Italiani nel mondo sospettata di fare da copertura per il Sismi, il servizio di intelligence militare italiano prima della riforma. Secondo il senatore Sergio De Gregorio, che parla di lei nel suo libro Operazione libertà, “è considerata dalla CIA un’informatrice del Mois, il servizio segreto iraniano”.

Intercettazioni telefoniche ordinate dagli inquirenti sembrano rivelare contatti fra i coniugi e i rapitori dei quattro tecnici italiani sequestrati in Libia nel 2015. L’episodio si è concluso, l’anno scorso, con la morte di Salvatore Failla e Fausto Piano, mentre i loro colleghi e compagni di prigionia Gino Pollicardo e Filippo Calcagno riuscirono a scappare.

F.M.R.

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