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Banda larga, il governo tenta l’affondo. Si parte con le tasse

L’esigenza della crescita tecnologica in Italia è chiarissima. Il digital divide (ovvero il divario esistente tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso totalmente o parzialmente) è un problema per  chiunque tenti di avere una connessione stabile fuori dai grandi centri urbani,  le prime aree che in un futuro, molto prossimo, saranno servite dalle nuove reti di trasmissione.

Oggi, il presidente della Camera Laura Boldrini, intervenendo al convegno ‘Programma per il futuro’ ha ricordato che “il nostro Paese sconta un grave ritardo a livello europeo sulla rete digitale, la cosiddetta banda larga e ultra-larga. Colmare il digital divide non significa solo combattere il nuovo volto della diseguaglianza, significa anche ridare all’economia del nostro Paese gli strumenti necessari per competere”.

“Non è un caso – ha spiegato Boldrini – che la Commissione che ha elaborato la Dichiarazione dei diritti in internet, abbia stabilito che il ‘diritto di accesso alla rete è un diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale’”.

Effettivamente, le possibilità legate allo sviluppo della rete informatica,  intesa non solo come infrastruttura ma anche e soprattutto come possibilità di crescita economica, rappresentano una importante leva economica per un Paese che, a detta dell’esecutivo, vuole puntare sulla ripresa in maniera convinta e incisiva.

Al momento, però, oltre la carenza di risorse infrastrutturali, resta da risolvere anche il problema di come far pagare le imprese che operano in rete le transazioni economiche con il regime fiscale italiano.

Ieri il premier Renzi dai microfoni di ‘Otto e mezzo’ ha annunciato l’intenzione di far pagare, dal 2017 “le tasse nel luogo dove vengono fatte le transazioni economiche e gli accordi” per i gruppi economici che operano su internet come “Google e Apple”.

“Sarà legge dal primo gennaio 2017 – spiega ancora il capo del Governo – non per fare soldi ma per una questione di giustizia, in attesa di una norma europea”.

In questo modo si risolverebbe il problema che sottrae, ogni anno, importanti risorse economiche dal bilancio nazionale. Di fatto, quella che viene definita ‘digital tax’ in realtà è solo una rimodulazione del trattamento fiscale dei soggetti non residenti che realizzano profitti attraverso operazioni telematiche.

Non si tratta di una nuova tassa propriamente detta, tuttavia, spiega il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti “di un meccanismo antielusivo che meglio definisce la nozione di stabile organizzazione digitale e assicura un prelievo alla fonte sugli operatori che, pur concludedo in modo stabile affari con imprese e consumatori residenti in Italia, non dichiarano il relativo reddito nel nostro Paese”. Le stime parlano di un gettito ulteriore tra 2 – 3 miliardi di euro che, sempre per Zanetti, potranno dare “un contributo davvero importante in termini di gettito e di finanziamento delle importanti misure di riduzione del prelievo fiscale su lavoratori, imprese e famiglie italiane”.

“La politica – ha commentato Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio alla Cameraha il dovere di garantire a tutte le aziende di operare in un regime di concorrenza leale, senza alcuna tassazione di favore per le grandi multinazionali del web. E se questo vuol dire far pagare alle OTT le imposte che oggi continuano ad eludere, allora ben venga la ‘digital tax’ annunciata da Renzi”.

A ben guardare, dunque, si inizia a delineare un ambito delle coperture necessarie a garantire i vari tagli annunciati da Renzi: una agenda fitta di riduzioni fiscali, dalle tasse sulla casa in poi, alla quale però manca una definizione ufficiale sul dove si andranno a reperire i soldi che mancheranno all’appello una volta tagliate le imposte.

Un tassello in più, in un puzzle che, una volta composto, dovrebbe garantire pari entrate a fronte di imponenti riduzioni fiscali senza aumentare il debito pubblico, senza mandare in tilt gli equilibri di bilancio. Più che una analisi economica, una operazione di microchirurgia.

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