Prandelli-campionato

Calcio, quando i club dettano legge. A danno della nazionale

Il Ct della Nazionale Prandelli se la prende con il calendario: troppo spazio ai club, i giocatori non hanno tempo per la maglia azzurra. 

Prandelli-campionatoArchiviata la parentesi delle due amichevoli di lusso con Germania e Nigeria con altrettanti pareggi (e fanno quattro di fila, considerando anche quelli con Danimarca e Armenia), giunti al termine di vicende peraltro molto diverse tra loro: tanto scoppiettante e divertente è stato quello di Londra con le Super Eagles quanto grigio, sofferto e, diciamolo pure, immeritato quello di San Siro con i tedeschi. Quest’ultimo con il consueto corollario di becerume, dentro il campo e sugli spalti con i fischi all’inno ospite. E al termine, il Ct Prandelli ha voluto chiudere le sue dichiarazioni rinnovando (ciclicamente avviene) le critiche ad un calendario che troppo concede ai club e troppo poco alla nazionale.

«Faccio tanti esperimenti perché ho poco tempo: non aver avuto gli stage non è un problema ma un dato di fatto – l’attacco del commissario tecnico -. Certo, ne avessi avuto alcuni non avrei dovuto chiamare tanti giocatori e non saremmo incappati in certe figuracce, almeno nei risultati. Il problema non sono gli allenatori, ma il calendario e i dirigenti. Ora tutti pensano al campionato, poi al Mondiale saranno tutti tifosissimi. Mi piacerebbe avere più entusiasmo ora».

Lo sfogo è comprensibile perché sono anni, ormai, che i club, forti del loro potere economico, fanno la voce grossa e pretendono, ottenendo, un calendario studiato su misura per le proprie esigenze. Da quando, poi, le due coppe europee si sono trasformate in una sorta di campionato parallelo, gli spazi residui per la maglia azzurra si sono ridotti ulteriormente.

E i dirigenti dei club, prima più timidamente ora apertamente, non fanno mistero alcuno di considerare le convocazioni in nazionale una iattura per i propri “gioielli”, esposti al rischio di infortuni e affaticamenti vari. E, difatti, ad ogni impegno non ufficiale, fioccano certificati medici come piovesse.

Tempo per effettuare stage, poi, neanche a parlarne. Certo, sono cambiati i tempi e la cultura degli appassionati pure. Oggi, assembramenti di gente inviperita pronta a scagliare ortaggi di varia natura all’indirizzo di un Fabbri, reduce dalla Corea, o dello staff tecnico tutto, reo di aver costretto Rivera all’onta dei famosi “6 minuti” nella finale dell’Azteca non sarebbero neppure più ipotizzabili.

I particolarismi di campanile prevalgono. Nettamente. E il fascino dell’azzurro ha perso clamorosamente quota. Il “tifoso dell’Italia”, di fatto, è un panda. Nessuno anteporrebbe la nazionale alla propria squadra del cuore. Proprio perché nel cuore di ognuno di noi non c’è spazio per la poligamia. Sono, soprattutto, i meno tifosi a seguire con più calore le vicende dei quattro volte campioni del mondo.

Capita spesso, infatti, di chiedere alle donne a quale squadra tengano. E la risposta è spesso del tenore: “Non mi interessa il calcio. Non tifo per nessuna squadra in particolare. Però quando ci sono i Mondiali seguo la nazionale”. Il tifoso, soprattutto il frequentatore assiduo degli stadi, vive l’Italia come un mero rito di passaggio che si consuma a cadenze biennali (Europei e Mondiali), quasi fosse il semplice pretesto per invitare amici a casa con lo schermo di sottofondo alle chiacchiere. Ma il trasporto è riservato al proprio club del cuore.

Ed è sempre più così. Prandelli parla di assenza di entusiasmo, ma è una realtà che si protrae, di fatto,  da tempo. Non è un fenomeno legato alla sua gestione. L’ultima Italia veramente amata dalla gente rimane probabilmente quella di Vicini, frutto di un felice trapianto dall’under21 più bella di sempre (anche se non vittoriosa).

Esaurita la spinta delle “notti magiche”, la luna di miele si è consumata. Ed è subentrata la noiosa routine.

Ma, soprattutto, è stato l’irrompere dei grandi interessi economici a dettare la virata decisiva verso i club. I cui presidenti, in ossequio ad una ineccepibile logica imprenditoriale, cercano di spremere dal proprio giocattolo quanto più possibile. Di qui, l’insofferenza verso le convocazioni del Ct di turno.

Perché il giocattolo deve rendere sempre al meglio. E i soldi li portano i club, non le nazionali. La logica seguita dall’Uefa, del resto, è stata la medesima. Non più una Coppa dei Campioni riservata ai soli campioni nazionali ma un campionato parallelo allargato a dismisura con tanto di fase a gironi che precede il letargo invernale.

E un ritorno alle competizioni con l’eliminazione diretta che, spesso e volentieri, è talmente differito nel tempo da alterare significativamente gli equilibri precedenti per cui squadre parse imbattibili all’inizio, cedono il passo ad altre arrivate più in forma al momento clou. Senza parlare dei turni preliminari che partono già agli albori dell’estate. E, siccome la fame vien mangiando e i club, non solo i nostri, sono piuttosto bulimici, ecco le immancabili tournèe agostane all’estero. Altra fonte di quattrino facile.

Mettiamoci anche le conseguenze della sentenza Bosman che ha, indubbiamente, contribuito ad internazionalizzare i vari campionati nazionali, sin quasi ad “annacquarli” di stranieri, spesso di qualità anche relativa con evidenti ripercussioni sullo stile di una scuola calcistica di un Paese di cui la nazionale dovrebbe rappresentare la massima espressione. Il che è perfettamente in sintonia, tra l’altro, con l’età della globalizzazione. Con la differenza che all’estero si avverte, comunque, un maggior rispetto verso i colori della propria rappresentativa. Ciò non toglie, però, che la tendenza “club oriented” stia radicandosi un po’ ovunque.

E’ un male? Non necessariamente. Lo diventa quando si scade in un eccesso. Come sempre nella vita. Più che un giudizio di valore sarebbe opportuno sottolineare come si sia in presenza di una trasformazione della programmazione calcistica che segue ferree leggi di mercato. La trasformazione della cultura calcistica dell’appassionato ne è divenuta quasi una fisiologica conseguenza.

Prandelli fa bene a lanciare messaggi ai nostri dirigenti per sensibilizzarli ma resteranno, verosimilmente, appelli nel vuoto. Si consoli, però, con il fatto di non essere solo. Tutti i Ct del mondo hanno, chi più chi meno, gli stessi problemi. Al netto di un attaccamento alla maglia maggiore da parte dei giocatori e di un seguito popolare meno legato al grande evento e alle sue sorti. Ogni mondo è paese.

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