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Censis, circo in crisi: meglio quelli senza animali

Un settore che non investe, spettacoli disertati soprattutto al Nord e migliaia di posti di lavoro in pericolo: è questo il quadro che emerge dal rapporto che Lav (Lega antivivisezione) ha commissionato sulla crisi dei circhi in Italia, presentato ieri dal segretario generale dell’istituto di ricerca, Giorgio De Rita e dalla vicepresidente della Lav Gaia Angelini. 

L’obiettivo dell’indagine? Aiutare esperti e lavoratori del settore a prepararsi alla riforma Franceschini (disegno di Legge n. 2287-bis “Disciplina del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo”) che è in discussione al Senato.

Dal momento che la riforma dello spettacolo prevede, tra le altre cose, anche la graduale dismissione degli animali dai circhi, vi era la necessità di sapere se la loro perdita avrebbe comportato per gli organizzatori un rischio economico troppo grande da sostenere.

Da una parte, è indubbio che l’intero settore circense attraversi da anni un periodo di forte crisi con spettacoli diminuiti dell’11 per cento dal 2010 al 2015 (da 17.100 a 15.242), ed incassi che hanno registrato una riduzione del -58,8 per cento al Nord Est, -45,2 per cento al Centro, -13 per cento al Sud e Isole.

Ma dal rapporto presentato dal Censis, quello che si evince è che i circhi che se la cavano meglio sono proprio quelli che non hanno animali al loro interno. Un chiaro esempio è il Cirque du Soleil, che fa dell’innovazione e del gusto contemporaneo le sue carte vincenti, trasformando i suoi spettacoli in grandi successi di pubblico in tutto il mondo.

Eppure, in Italia non s’investe negli spettacoli, né per nuove attrazioni, né per macchinari più moderni. Non solo i contributi statali per le attività circensi dal 2010 al 2015 sono diminuiti del 9,3 per cento ma sono progressivamente diminuite fino all’azzeramento nel 2015 le domande accolte per contributi relativi all’acquisto di nuove attrazioni, impianti, macchinari, attrezzature e beni strumentali.

Ma c’è anche un altro problema oltre alla scarsezza di fondi, cioè il modo in cui questi (pochi) soldi vengono assegnati. Oltre il 60 per cento del contributi del Fondo unico per gli spettacoli sono stati assegnati a solamente 22 soggetti e ogni anno più del 60 per cento dei contributi vengono dati a non più di 13 soggetti diversi. “Se da una parte la concentrazione annuale del Fus su determinati soggetti può essere considerata fisiologica o quanto meno giustificabile – osserva il rapporto – la costante presenza degli stessi soggetti tra quelli maggiormente finanziati corrobora l’immagine del circo italiano come ambiente immobile e poco aperto”.

Insomma, in vista della riforma Franceschini, il settore circense dovrà allinearsi verso forme di spettacolo più contemporanee ma dovrà anche cominciare già da ora a pensare a strategie di ricollocamento per tigri, elefanti e tutte le specie che fino ad ora sono costrette ad esibirsi, tra le crescenti proteste degli animalisti, in seguito “alla prevista dismissione di un patrimonio animale, esotico e domestico, stimato intorno alle 2.000 unità”.

P.M.

 

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