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Champions League: Barça, un posto nella leggenda

barca_man_utd_clIl Barcellona si conferma la squadra più forte dell’ultimo lustro nel calcio europeo ( e mondiale). Nella meravigliosa cornice di Wembley, gli uomini di Guardiola hanno conquistato, infatti, il loro terzo alloro continentale dal 2006 (e quarto, in assoluto), battendo, ben al di là di quanto non possa suggerire il risultato finale di 3-1, un altro autentico colosso del calcio del Vecchio Continente, il Manchester United. Presentata, alla vigilia, come una rivincita della finale di Roma del 2009, la sfida tra catalani e red devils si è conclusa con lo stesso vincitore e con lo stesso scarto a separare i contendenti: due reti.

Ma molto più marcata è stata, questa volta, la superiorità mostrata dai blaugrana. Troppa la differenza vista sul campo. E non certo perché gli inglesi fossero, individualmente presi, così inferiori ai loro dirimpettai. E sull’impianto di gioco costruito da quel fuoriclasse di Sir Alex Ferguson nessuno ha mai avuto alcunché da obiettare ( per quanto, l’errata posizione in campo di Giggs e l’esclusione dall’undici di partenza di Nani siano stati, nel frangente, errori da penna blu). Semplicemente, il Barça ha fatto meglio. Molto meglio. A tal punto da far sembrare lo United una squadra difensiva. In terra inglese, per giunta.

Ma quella spagnola è un’orchestra che si muove con una padronanza, un’armonia incredibili. Giocano a memoria. E anche David Villa, al suo primo anno agli ordini di Guardiola, è sembrato aver giocato con questi compagni da sempre. E non da quest’estate. Meriti del Pep, quindi? Certamente, anche se la filosofia del giovane tecnico è eredità di un lavoro che affonda le proprie radici molto più lontano. E’ una versione più moderna, perfezionata e micidiale del primo EuroBarça di Cruijff. Poi ripresa dai vari Van Gaal e Rijkaard. Il tutto nobilitato da interpreti che sono, comunque, quanto di meglio il calcio possa offrire oggi. L’ossatura della nazionale campione del mondo, tanto per dirne una. Più il giocatore che, nonostante la solenne bocciatura rimediata in Sud Africa, è il più forte dell’orbe terracqueo pallonaro. Già vincitore in pectore del suo terzo “Pallone d’oro” consecutivo. E mai il riconoscimento tributato da France Football aveva avuto un assegnatario così in anticipo sulla chiusura della stagione.

La “Pulce” andrà, così, ad affiancare autentici “mostri sacri” come Van Basten, Platini e quel Cruijff che in Catalogna è ormai un’icona vivente. Molti sono coloro che accostano il fenomeno del Barça a Maradona. Diego, però, rimane al di sopra di chiunque altro per estro e  palleggio. Ma nessuno come Leo sa essere inarrestabile quando decide di puntare l’avversario ( spesso, gli avversari) andando dritto per dritto.

La squadra di Guardiola ( che, nella finale, ha fatto registrare uno strabiliante 86% di passaggi riusciti su un altrettanto incredibile numero di 678 passaggi totali) entra così nella storia di questo sport. Non solo per i trofei conquistati, ma per come tali vittorie sono state riportate. Sempre attraverso il gioco. Brillante, sicuro, spettacolare. Contro il malcapitato Manchester United ne è stata fornita, forse, una delle versioni più abbaglianti (oltre alla “manita nel “clasico” contro il Real Madrid). Di fronte, una squadra, quella inglese, capace di creare problemi  e di aggredire i blaugrana solo nei primi dieci minuti. Poi, un monologo. Il solo Rooney, meravigliosa rete del momentaneo pareggio a parte, ha tentato di ribellarsi ad un destino che a tutti i suoi compagni di squadra deve esser sembrato già scritto. Eccellente la sua prestazione: a dar fastidio a centrocampo (o almeno a provare a farlo), a riavviare l’azione dei suoi, a finalizzarla. Lui, all’appello, non è certo mancato, nonostante questa sia stata ( anche per motivi extracalcistici) una delle sue peggiori annate. Quale l’istantanea che questa finale ci consegna per esser ricordata nel nostro album dei ricordi? Certamente, le marcature di Rooney e Villa sono state di primissima fattura e altrettanto bella ( anzi, di più) è stata l’azione con cui il Barça ha mostrato come sia possibile riproporre la playstation dal virtuale al reale. Culminata con un sontuoso colpo di tacco della pulce, non premiato dal gol. Ma l’emozione più grande l’ha fornita un giovane, grande uomo, Eric Abidal. A Barcellona da anni, ormai, assente alla finale di Roma del 2009 perché squalificato. Ha rischiato di perdere anche questa. E di perdere ben più. Per altre ragioni. Un tumore al fegato l’aveva costretto ad andare sotto i ferri il 17 marzo. Sembrava tutto finito. E, invece, no. A 72 giorni dal riuscito intervento, eccolo di nuovo lì, ad occupare la sua fascia, quella di “esterno basso” a sinistra. Ma un’altra fascia, simbolicamente ben più importante, gli viene consegnata dopo. Il capitano dell’undici di partenza, Xavi ( nota a margine: senza il “marziano” Messi a miracol mostrare sui verdi campi, sarebbe stato il migliore della partita e, forse, il vincitore dei palloni d’oro degli ultimi due anni e di quelli a venire…), ridà la fascia al suo legittimo proprietario, Puyol, quando questi entra nel finale. Però, poi, Carles , il capitano di sempre, pensa che in squadra ci sia qualcun altro che la meriti di più. E la fascia passa ad Abidal. Sarà lui ad avere così l’onore di sollevare al cielo londinese la “coppa dalle grandi orecchie”. Meraviglioso. E’ un Barça che incanta. In campo e fuori.

E noi? Ridotti a semplici comprimari in quest’edizione della Champions ( solo l’Inter ha raggiunto i quarti di finale, dove, poi, però, ha rimediato una figuraccia da arrossire contro i certo non irresistibili tedeschi dello Schalke 04, poi ridimensionati dal Manchester in semifinale; Milan anonimo, eliminato già in ottavi da un Tottenham poi travolto dal Real; Roma imbarazzante contro lo Shakhtar), come anche in Europa League. Come lo eravamo stati all’ultimo mondiale. Come non potremo esserlo, invece, alla fase finale dell’Europeo under21 ( e alla successiva Olimpiade di Londra 2012), un tempo, neanche troppo lontano, nostra riserva di caccia privilegiata. In quella sede non potremo essere protagonisti. Ma neanche comprimari. Perché non ci saremo proprio. Eliminati dalla Bielorussia.

E così, dopo esserci lustrati a dovere gli occhi al termine della serata magica di Wembley, ci si appresta, mestamente, a tornare al solito tran tran del non-calcio che si vede dalle nostre parti. Con il consueto corredo di veleni, polemiche, sospetti. E, sullo sfondo, lo spettro di un ennesimo nuovo-vecchio scandalo.

Daniele Puppo

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