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Codice penale, è scontro sulla riforma

Alla Camera riprende l’iter per la riforma del processo penale. Martedì la prima seduta di voto. “Nel mondo politico si continuano a scoperchiare scandali, e il Governo pensa bene di provvedere: con una legge che mette il bavaglio alle intercettazioni”, scrive sul suo blog Beppe Grillo.

In queste ore la polemica si è infatti concentrata intorno all’emendamento Pagano, relativo alla legge delega sulle intercettazioni, ribattezzata prontamente “legge bavaglio” e inserita nel testo del ddl approdato in queste ore alla Camera, e che prevede una pena da 6 mesi a 4 anni di reclusione per “chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate”.

“Sarebbe un gran regalo alle mafie”  commenta Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, che boccia così il pacchetto di riforme in discussione in Parlamento sul tema intercettazioni. Dimostra perplessità anche Raffaele Cantone. In un’intervista al ‘Corriere della Sera’, il presidente dell’autorità anti-corruzione aveva ricordato che “molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire, di conseguenza, la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma”.

Le pressioni per una modifica dell’emendamento, in grado di “salvaguardare il diritto d’informazione, come aveva affermato il presidente dell’Anm Rodolfo Maria Sabelli, e allo stesso tempo “evitare abusi che rovinino la vita delle persone”, come aveva auspicato invece il viceministro della Giustizia Enrico Costa, avevano provocato tensioni anche nella stessa maggioranza, con Ncd e il deputato centrista Alessandro Pagano contrari a qualsiasi cancellazione dell’emendamento e un Partito democratico deciso a presentare un “emendamento all’emendamento”, volto a mettere a tacere le polemiche, contando in un sì di Montecitorio entro la settimana. Il cuore del procedimento di rettifica proposto dal Pd dovrebbe essere la modifica delle pene previste, escludendo la pena detentiva per i giornalisti per diritto di cronaca.

“Credo che  la rapidità con la quale si è ritenuto di dover riscrivere la norma dimostri che non c’era alcuna volontà di colpire la stampa”, ha affermato  il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha commentato a margine di un incontro a Expo l’emendamento Pagano sulle intercettazioni al ddl sul processo penale. Come aveva spiegato il capogruppo Pd in commissione giustizia Walter Verini, il provvedimento non doveva comprendere il giornalismo d’inchiesta ma piuttosto il rapporto tra privati e l’eventuale estorisione di frasi avvenuta in maniera fraudolenta”.

Parole confermate sia dallo stesso ministro Orlando: mi sembra che si stia andando in questa direzione, era quello che avevamo auspicato, cercando di spiegare meglio i caratteri delle attività fraudolente e quindi anche quali sono i soggetti titolati a esercitare un qualche modo a quella funzione”, sia dalla presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Donatella Ferranti (Pd) che aprendo la discussione generale sulla riforma del processo penale ha affermato che la norma contestata “non si applica alle inchieste giornalistiche”.

“Se non ci saranno emendamenti che precisino ciò – ha dichiarato la Ferranti – mi farò promotrice di un emendamento per proporre aggiustamenti che fughino ogni dubbio e strumentalizzazione”.

Le modifiche riguarderanno anche le “riprese che costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria” o utilizzate per “diritto di difesa”. L’emendamento Pagano infatti, nel suo testo originale, prevedeva una pena detentiva per l’uso di telecamere e registratori nascosti anche da parte dei cronisti investigativi.

Se la legge delega sulle intercettazioni provoca tensioni nei giornalisti, a preoccupare i magistrati è invece tutto l’impianto della riforma del processo penale. Ad esempio, l’ipotesi per il pm che non esercita “alcuna azione penale o richiede l’archiviazione entro il termine di tre mesi” dalla scadenza delle indagini preliminari, di subire “l’avocazione delle indagini”, cioè il trasferimento delle competenze normalmente demandate al pubblico ministero di grado inferiore ad uno di grado superiore). Il pm che invece chiude iscrive con ritardo un reato nel registro delle indagini, potrà subisce addirittura una sanzione disciplinare.

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