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Corea, dopo i test le minacce di Kim agli USA

Il missile testato domenica mattina dalla Corea del nord sarebbe in grado di trasportare “una testata nucleare di grandi dimensioni”. Ad annunciarlo è lo stesso governo di Pyongyang attraverso la KCNA, l’agenzia di stampa di Stato. E il presidente Kim Jong-un minaccia: le basi USA in Asia e nel Pacifico non sono al sicuro da un possibile attacco.

Secondo KCTV, la tv di Stato della Corea del nord, il missile – chiamato Hwasong-12 – ha raggiunto un’altitudine superiore a 2.100 chilometri e una gittata di 787. Ma sarebbe stato lanciato con la massima angolazione, per evitare di mettere a rischio la “sicurezza dei Paesi vicini”. La sua gittata operativa, quindi, sarebbe molto superiore. Secondo l’esperto David Wright, il missile può viaggiare per 4500 chilometri, quanto basta per colpire la base USA sull’isola di Guam o quella di Okinawa, in territorio giapponese. Domenica è stato lanciato nel mar del Giappone: si è inabissato a circa 400 chilometri dalla costa coreana e 500 da quella russa.

Tra i destinatari dell’avvertimento ci sono sicuramente gli USA, che da quando si è insediato Donald Trump hanno mostrato spesso i muscoli a Pyongyang. Ma anche i cugini del Sud, che hanno appena eletto presidente Moon Jae-in, un liberal che ha promesso di fare di tutto per riaprire il dialogo con il Nord.

Gli USA, intanto, hanno provato a sondare le reazioni della Russia di Vladimir Putin. “Questo missile è caduto così vicino al suolo russo, più vicino alla Russia che al Giappone”, commenta la Casa Bianca, “che il presidente immagina che la Russia non ne sia contenta”. Ma il Cremlino ha ribattuto che il test missilistico non costituiva alcuna minaccia. E la Russia ha avuto solo parole di circostanza, mentre ad animare il coro delle condanne hanno pensato Giappone, Corea del sud, USA, ma anche ONU e UE.

Hanno assistito al test altri spettatori interessati, cioè i capi di Stato e di governo accorsi a Pechino per il Belt and Road Forum, il vertice organizzato dal presidente Xi Jinping per rilanciare il progetto di una moderna Via della seta. Già: quando gli USA si scoprono protezionisti e gridano America First, far lievitare la torta dell’economia internazionale è un compito che prova ad assumersi la Cina.

A Pechino, tra gli altri, c’erano Putin, il premier italiano Paolo Gentiloni e il segretario generale ONU Antonio Guterres.

Dal vertice sono arrivati anche segnali positivi per l’Italia: i padroni di casa hanno apprezzato la proposta, avanzata dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, di far arrivare la nuova Via della seta nei porti italiani. C’è il precedente della Grecia, che ha trovato sollievo alla sua sete di liquidi vendendo il Pireo proprio ai cinesi. E non sembra un caso che le alternative proposte da Delrio siano Genova e Trieste, entrambi porti “collegati con i corridoi ferroviari all’Europa centrale e del Nord”, in una riedizione aggiornata del duello fra le repubbliche marinare di Genova e Venezia dei tempi di Marco Polo.

La provocazione di Kim, però, è stata troppo grande per passare sotto silenzio a Pechino. La “risposta”, ha detto Gentiloni arrivando al vertice, dovrà venire “con fermezza e puntando sulla diplomazia”. L’Italia in questo momento è in una posizione di particolare interesse: è presidente di turno del G7, che si riunirà a Taormina il prossimo 26-27 maggio, e del comitato ONU per le sanzioni alla Corea del nord.

“Non consideriamo queste cose come bizzarrie e una stranezza locale”, ha aggiunto il premier: “Sono un problema serio per la stabilità e la sicurezza a livello globale e io sono convinto che anche il prossimo G7 darà un contributo, in amicizia, a risolvere questa questione”.

F.M.R.

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