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Così i partiti euroscettici truffavano l’Ue

Se non puoi sconfiggerla, prova a truffarla. Devono aver pensato questo i grandi partiti euroscettici che per anni hanno cavalcato l’onda del malcontento popolare, dipingendo l’Europa come una fabbrica mangia soldi che con le sue politiche e la sua burocrazia succhia energie e soprattutto risorse nazionali. Peccato che la loro critica all’Ue veniva finanziata con i soldi dei contribuenti europei.

All’indomani del vertice di Versailles, dove i quattro leader di Germania, Francia, Italia e Spagna hanno parlato di un’Europa a due velocità, riferendosi alla necessità di un progetto di integrazione comune, condotto però “a ritmi diversi”, l’Ue porta a compimento le inchieste su tutta una serie di truffe ai suoi danni, aprendo allo stesso tempo nuovi scenari d’indagine.

Il Front National di Marine Le Pen (Francia), Lo Ukip di Nigel Farage (UK), Diritto e Giustizia dei gemelli Kaczynski (Polonia): sono loro al centro delle inchieste per frode ai danni delle casse del Parlamento di Strasburgo, a quali va aggiunto il caso del Sinn Fein (Irlanda del Nord), unico partito non euroscettico ad essere finito nel mirino dell’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Ue guidato da Giovanni Kessler e totalmente indipendente rispetto alle altre istituzioni europee.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli casi, sarà bene chiarire gli stipendi e le risorse sui quali può contare un parlamentare europeo. In media, ogni mese il guadagno per chi lavora nell’Aula di Strasburgo è di 8mila euro, più 23 mila euro per pagare i vari collaboratori all’interno di ogni partito, ma solo ed esclusivamente per mansioni svolte all’interno dell’ambito europeo.

Al contrario invece, Le Pen e gli altri avrebbero speso i soldi messi a disposizione dall’Europarlamento per finanziare azioni di politica nazionale, mascherati sotto i contratti di collaborazione di Strasburgo. Nella maggior parte dei casi si tratta di inchieste già aperte a cui però vengono oggi aggiunti nuovi nomi.

Truffe milionarie, a cui corrisponderanno a breve rimborsi altrettanto consistenti. Marine Le Pen ad esempio, dovrà restituire al Parlamento 336 mila euro (ma il rimborso generale chiesto dall’Assemblea arriva a 1,1 milioni) per i finti contratti di assistente fatti a nome di Thierry Legier e Catherine Griset, rispettivamente guardia del corpo e capo di gabinetto della leader che vorrebbe portare Parigi fuori dall’Unione.

Ma nel mirino dell’Olaf è finito ora anche Louis Aliot e Jean-Marie, il compagno e il padre di Marine Le Pen. Entrambi sono sotto accusa per alcuni contratti “sospetti” sottoscritti dai suoi collaboratori; in particolare, Jean-Marie deve rispondere per Gérald Gérin e Micheline Bruna, entrambi assunti nel domicilio francese del fondatore del Fronte ma pagati con soldi Ue.

L’infermiera personale fatta passare per l’assistente di un deputato. Per quanto famoso, quello di Le Pen non è il caso di frode più eclatante, che invece riguarda Diritto e Giustizia, il partito dei gemelli Kaczynski. Nel 2011, la signora Bozena Mietszka-Stefanowska, assunta come assistente del deputato Tomasz Poreba, risulta essere stata l’infermiera personale di Jadwiga Kaczynska, madre dei gemelli Lech (recentemente scomparso) e Jaroslaw, deceduta nel 2013.

 Ma ora Strasburgo si appresta a chiedere un rimborso anche per le truffe relative agli stipendi versati ad altri 5 “assistenti” europei ma che lavoravano sul suolo nazionale del Partito polacco.

Per non parlare poi dello ‘Ukip’ di Nigel Farage che ha finanziato parte della sua campagna per la Brexit con fondi del Parlamento europeo, in stretta collaborazione (e condivisione dei finanziamenti) di Adde, Alleanza per la democrazia diretta in Europa e dalla fondazione Idde.

Il caso più significativo è sicuramente quello della moglie di Nigel, Kirsten Farage, assistente dell’eurodeputato Raymond Finch nonostante avesse un contratto da collaboratrice all’interno del partito del marito.

Neanche l’Italia sfugge al controllo degli ispettori dei conti europei. ‘Repubblica’ fa il nome di almeno sei personaggi, di vari partiti, che avrebbero cercato di ingannare Strasburgo. Su tutti spicca il caso del viceministro dei Traporti Riccardo Nencini, ormai caduto in prescrizione, che doveva restituire al Parlamento Ue ben 455 mila euro.

Tra gli altri vi sono Laura Comi (Forza Italia) eurodeputata che deve restituire 126 mila euro per aver assunto la madre come assistente parlamentare; le deputate Daniela Aiuto e Laura Agea (M5S); Massimiliano Bastoni (Lega), assistente di Mario Borghezio e anche consigliere comunale di Milano ed infine Antonio Panzeri, europarlamentare ex Pd che dovrebbe restituire all’Europa 83 mila euro ma ha già fatto risorso alla Corte di giustizia.

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