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Curve e dintorni

La decisione di giocare Milan-Udinese a porte chiuse, salvo accoglimento del ricorso dei legali rossoneri, è solo l’ultimo di una ormai nutrita serie di episodi repressivi che vede come pomo della discordia le Curve, i settori occupati dalle frange più calde del tifo organizzato. E le posizioni in gioco, stando alle parole dei diretti interessati (Galliani, in questo caso, ma anche Lotito e gli altri presidenti interpellati; Lega, Figc,Uefa e gli stessi leader dei gruppi organizzati), rende chiaramente il senso di un tema che è stato affrontato sempre con desolante approssimazione. Un dialogo tra sordi, in sostanza.

Galliani solleva un problema che ruota attorno all’interpretazione della normativa che l’ordinamento sportivo italiano ha recepito da quello Uefa per far passare il concetto che la “discriminazione territoriale” (ossia, cori dal contenuto offensivo nei confronti di altre tifoserie presenti all’interno dei confini nazionali) sia cosa diversa dalla discriminazioni tout court (i ‘buu’ ai calciatori di colore, tanto per citare l’esempio più eclatante). Ma è chiaramente un falso problema. Non sostenibile giuridicamente perché, pur contenendo la normativa Uefa una mera elencazione esemplificativa ( e non potrebbe che essere così, visto che il massimo organismo continentale si limita ad enunciare principi generali lasciando l’applicazione caso per caso alla sensibilità degli organismi preposti delle singole federazioni nazionali) di possibili discriminazioni ove non è ricompresa quella territoriale, contiene altresì una clausola di chiusura che lascia aperto il campo ad ipotesi discriminatorie ultronee, ma, soprattutto, è inaccattabile concettualmente. La linea di confine tra la discriminazione territoriale e le altre (basate su sesso, religione, razza, ecc.) è troppo labile per farne discendere la conseguenza dell’applicabilità di sanzioni nel solo secondo caso e non anche per il primo. Se si accoglie la linea dura nei confronti della discriminazione, la normativa di riferimento (sanzioni incluse) va applicata sempre e comunque. Punto. Lo esige un elementare principio di certezza del diritto. Ma qui s’innesta un altro problema: cosa è discriminazione e cosa non lo è? Terreno altrettanto scivoloso che non può esser demandato ad organi chiamati a pronunciarsi sulla base di meri referti redatti da delegati (Uefa o interni, non importa) che possono o travisare il senso di un coro, o riportarne alcuni proferiti da sparute minoranze o, addirittura, omettere di segnalarne di altri. In un’ipotetica opera di sezionamento di 90 minuti di ogni gara assai complessa se non impossibile. E poi, siamo sicuri che questi cori siano espressione di razzismo come frettolosamente sentenziato ai piani alti dell’Uefa? Chi è veramente razzista dovrebbe “bueggiare” anche i propri calciatori di colore. Ma ciò avviene solo con quelli di squadre rivali. Una sorta di “razzismo a targhe alterne” che, in quanto tale, razzismo in senso stretto non è.  Tollerare e avallare, dunque? No. Sarebbe dare ragione agli esponenti delle Curve che fanno passare tali comportamenti come espressione di goliardia. No. Non è né razzismo né goliardia. Si tratta di un distorto esercizio del cosiddetto “tifo contro”. Becero. Ma perfettamente in linea con la natura di chi si definisce “ultras”. Cioè oltre. Estremo. Al di là e al di fuori delle regole. E il tentativo di rendere gli appartenenti a questi gruppi degli “ultras da salotto”, come vorrebbe l’Uefa, suona come contraddizione in termini. E non stupisca la solidarietà innescatasi tra gruppi di tifoserie storicamente rivali come quelle milaniste, interiste e juventine che fanno balenare il concreto rischio di far chiudere, per rappresaglia, tutti gli stadi d’Italia. Chi ne fa parte non è semplicemente un tifoso della propria squadra, ma di uno stile di vita, per l’appunto, estremo. Un cultore di un senso, per certi versi, distorto di libertà che sconfina nell’appropriazione di un territorio (la Curva) dove è padrone e può dettare le regole. Le proprie. Azioni repressive di questa natura non hanno particolare senso. E’ il classico esempio di medicina che fa più danni della malattia. Per paradosso sarebbe più semplice vietare la costituzione di gruppi ultras. Ma non sarebbe corretto neanche questo approccio. Perché anche tra gli ultras c’è chi merita sanzioni e chi no. E qui si viene al nodo cruciale. Quello di cui si parla meno ma di cui tutti dovrebbero tener conto. La responsabilità delle proprie azioni è personale e, quindi, personali dovranno essere le sanzioni. Esattamente come accade nel nostro Diritto Penale, ove la responsabilità oggettiva è bandita (salvo alcune isolate fattispecie molto residuali). Assurdo che una società di calcio debba pagare (in senso letterale) per colpe altrui. Assurdo che tifosi pacifici si vedano privare della possibilità di accedere ad un impianto per colpe di pochi. E, nel caso degli abbonati, rimettendoci anche denaro già speso. Gli strumenti normativi ci sono (abbiamo, per l’appunto, un Codice Penale) e quelli tecnologici pure. Basterebbe azionare le telecamere a circuito chiuso per identificare i responsabili. Peraltro, più facilmente individuabili con i biglietti nominativi. E, visto che un Codice vigente c’è, che lo si applichi. Inutile ingolfare l’attività di un Parlamento che dovrebbe farsi carico di ben altre emergenze con l’approvazione di leggine speciali. Che fanno ricadere, peraltro, la responsabilità non solo su chi (come detto, società e tifosi non facinorosi) responsabile non è ma, addirittura, operano se e solo se gli episodi criminosi avvengono all’interno o negli immediati paraggi di un impianto. Con la conseguenza, paradossale questa sì, che la sanzione che discende da un coro (cioè da un insulto verbale) sia più afflittiva di un tentato omicidio (tale è scagliare sassi contro un pullman veronese ospite, tanto per dirne una). Ed è sbagliato anche invocare un’applicazione della normativa vigente a “buon senso”, come ventilato da più parti. Se una norma c’è va applicata. Lo esige la certezza del diritto. Ma dev’essere la normativa ad esser ispirata al buon senso. E non a populismo ipocrita. E dannoso.

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