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Cyberspionaggio, made in Italy, senza precedenti

Cyberspionaggio senza precedenti in Italia, ad opera di due fratelli legati all’alta finanza, uno anche con gli ambienti della massoneria italiana e membro della loggia ‘Paolo Ungari – Nicola Ricciotti Pensiero e Azione’ di Roma, della quale in passato ha ricoperto il ruolo di maestro venerabile. Per almeno cinque anni ha spiato le più alte istituzioni italiane: politici, massoni, affari. Giulio Occhionero, ingegnere nucleare di 45 anni, coadiuvato dalla sorella Francesca Maria, 49 anni, ha captato i file dei vertici di forze dell’ordine, servizi segreti, Bankitalia, di parlamentari e manager di Stato (compreso l’account personale di Matteo Renzi, grazie al quale sono entrati nel suo cellulare), senza che nessuno se ne accorgesse. E si è costituito un archivio che contiene migliaia di documenti e email con nomi e fatti riguardanti la vita pubblica e privata delle vittime ‘pescate’ anche nel campo industriale ed economico. Sembra che gli hackerati siano stati 1800.

Ora la Guardia di Finanza ha messo fine all’attività illecita dei due fratelli, che in Italia non ha precedenti, arrestandoli con l’accusa di “procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato; accesso abusivo a sistema informatico; intercettazione illecita di comunicazioni informatiche”.

La lista delle personalità finite nel mirino degli hacker la dice lunga sulle loro ambizioni: dall’ex premier Matteo Renzi al presidente Bce Mario Draghi al senatore a vita Mario Monti, al monsignor Gianfranco Ravasi, all’ex comandante della guardia di finanza, Saverio Capolupo. Se gli attacchi nei loro confronti siano andati a buon fine oppure no lo si saprà solamente una volta analizzato il contenuto dei due server americani (la procura ha avviato la rogatoria, ci vorranno settimane). Ma la mole del materiale trafugato, 87 gigabyte di dati, alimenta i peggiori sospetti. A quei server gli inquirenti sono arrivati attraverso una denuncia apparentemente senza peso. Nel marzo del 2016, Francesco Di Maio, addetto alla sicurezza dell’Ente nazionale di assistenza al volo (Enav), era stato insospettito da una strana mail, ricevuta da alcuni suoi dirigenti, che era arrivata dall’account di posta dello studio legale Stajano. ma l’Enav con quell’avvocato non aveva mai lavorato, e così Di Maio ha fatto analizzare la mail al Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche), scoprendo che quello studio insieme a un’altra ventina di studi legali italiani era stato oggetto di un attacco hacker ed era poi stato usato come espediente per accedere all’Enav per carpire informazioni finanziarie sensibili.

Era perfetto il «malware» – dispositivo di intrusione informatica che dall’ingegnere nucleare era stato battezzato Eyepiramid, Occhio della Piramide, dando in nome anche all’operazione di smascheramento di questa strana coppia di hacker, residenti a Londra ma domiciliati a Roma e conosciuti nel mondo dell’alta finanza capitolina – utilizzato, perché consentiva ad Occhionero di «ricevere regolarmente sul proprio personal computer tutti i dati carpiti dai computer delle vittime, inviandoli poi a un server» da lui stesso creato. Compreso l’account personale di Matteo Renzi, grazie al quale sono entrati nel suo cellulare. Ed è questo a rendere inquietante l’intera vicenda. La «falla» nel sistema e la sicurezza nazionale. Perché per almeno due anni Occhionero e sua sorella hanno potuto leggere e copiare le comunicazioni riservate del presidente del Consiglio, senza che scattasse alcun allarme. E negli ultimi quattro anni hanno captato i file dei vertici di forze dell’ordine, servizi segreti, Bankitalia, di parlamentari e manager di Stato senza che nessuno se ne accorgesse. E adesso si sta cercando di scoprire la «rete» che ha utilizzato queste notizie segrete, mandanti e referenti di una raccolta di dati «sensibili» che in Italia non ha precedenti. Legami con la P4 e consulenze agli Usa.

Questa mattina il capo della polizia Franco Gabrielli ha disposto l’avvicendamento al vertice della polizia postale, e all’attuale direttore, Roberto Di Legami, è stato assegnato un nuovo incarico. Tra i motivi alla base della decisione anche l’aver sottovalutato la portata dell’indagine sullo spionaggio dei politici senza informare i vertici del Dipartimento di pubblica sicurezza.

A.B.

 

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