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Djokovic, il 25esimo re del tennis e sovrano di un popolo

novak-djokovic2Il titolo può sembrare neanche troppo vagamente retorico, di quelli in voga quando lo sport veniva utilizzato dai regimi totalitari come strumento principe per immettere carburante nella macchina della propaganda. Eppure calza a pennello, sia al novello primatista delle classifiche sfornate ogni lunedì dall’inflessibile computer dell’ATP, sia alla schiera, nutritissima, di suoi connazionali che lo hanno dapprima sostenuto e tifato, trepidanti davanti al maxischermo allestito in Piazza della Repubblica, a Belgrado, poi festeggiato, con caroselli, cori e sventolii di bandiere per le vie della città, infine accolto da eroe nazionale al suo ritorno dalla trionfale campagna londinese. Sono legati a doppio filo, infatti, la storia recente della Serbia con quella personale e professionale del  suo figlio prediletto, Novak Djokovic, 24enne, figlio di genitori ( Srdjan e Dijana) entrambi istruttori di sci. E allo sci ( o ad un’ordinaria carriera da studente) sarebbe stato destinato questo giovane campione se non si fosse fatta largo in lui la passione per la racchetta. E con essa l’ambizione di misurarsi, un giorno, alla pari con i più forti. A livello di quei giocatori che, da quando aveva solo 4 anni, vedeva davanti alla tv sollevare trofei al cielo. Sci che, comunque, in pieno accordo con i suoi attuali  sponsor, non disdegna di praticare tutt’oggi, nelle rarissime pause che il calendario internazionale gli concede. I suoi inizi sono sotto la guida di Jelena Gencic, autentica “seconda madre” ( ed ex coach, tra gli altri, di Monica Seles e di Goran Ivanisevic). Qui, però, i destini del piccolo Novak si incrociano con quelli del suo Paese. Perché, visto il perdurare della guerra tra le attuali Repubbliche dell’ex Jugoslavia, la NATO interviene. E lo fa bombardando Belgrado. Siamo nel 1999. Nole, all’epoca, ha solo 12 anni. Come fare per continuare a coltivare le proprie ambizioni tennistiche? Non resta che farlo lontano da lì. Dalla casa e dai genitori. Emigra, dunque, a Monaco di Baviera, all’Accademia di Nikki Pilic. E’ proprio di quel periodo un gustoso aneddoto che lo riguarda e che dice molto della sua feroce determinazione. Si dice che una mattina arrivò molto in anticipo sull’orario d’inizio degli allenamenti e che, quando vide arrivare Pilic all’ora stabilita, gli disse, irritato: “Sbrighiamoci, non ho tempo da perdere se voglio far carriera”. Cominciano, così, i primi passi del piccolo Djokovic per i tornei di categoria. C’è anche questo, infatti, nel vissuto del giocatore e nella gioia incontenibile di un’intera città (Belgrado) e di una nazione che, forte di un’economia in grande crescita, guidata da un Presidente, Boris Tadic, notoriamente di idee piuttosto moderate, sta faticosamente cercando di lasciarsi alle spalle un passato di sofferenze, dolore e atrocità (anche commesse), sta guardando all’Unione Europea con convinzione via via sempre maggiore. E anche l’arresto di Ratko Mladic, avvenuto il 26 maggio 2011, rientra in quest’ottica di voler chiudere i conti rimasti in sospeso con il proprio passato ( anche quello più scomodo).

Un Paese che ha visto costrette le proprie eccellenze a imboccare la strada dell’emigrazione per poter coltivare le proprie ambizioni. Una via individuale, quindi. E l’unico antidoto contro l’individualismo è stato rinvenuto ( a torto o a ragione) nel nazionalismo i cui aspetti deteriori sono anche a noi tristemente noti. Basti ricordare l’assurda serata del 12 ottobre 2010 allo Stadio Luigi Ferraris di Genova. Lì si doveva giocare la gara di qualificazione per gli Europei di calcio tra Italia e Serbia. Lì si giocarono solo pochi minuti di quella partita. Tutti ricordiamo il perché. E tutti imparammo, nell’occasione, a decodificare il gesto delle tre dita, la “trinità serba”. Ebbene, di orgoglio nazionale, senza i temuti eccessi di stampo nazionalistico era intrisa la piazza di Belgrado, davanti al Parlamento locale, per accogliere Djokovic che, preceduto dalle esibizioni di varie celebrità canore, ha mostrato agli oltre 100.000 convenuti in delirio, la coppa dei “Championships” ( o meglio, una riproduzione in piccolo della stessa. L’originale non lascerebbe l’All England Club neanche se in Inghilterra dovesse venir meno la monarchia…). Mostrando, oltre al prezioso cimelio, anche note qualità da attore consumato, muovendosi da autentico “animale da palco”. Del resto, nell’ambiente tennistico, Novak è conosciuto anche per l’indiscussa abilità nell’imitare molti suoi colleghi ( come Nadal, Federer, Roddick e la Sharapova), anche se alcuni di loro, all’inizio, non parvero gradire particolarmente le “gags” improvvisate da Novak. Della serie: “Ma come si permette, questo qui? E’ l’ultimo arrivato e già prende per i f…” Beh, ora si può proprio dire che l’ultimo arrivato sia diventato il primo… Un primo della classe destinato a durare, peraltro, data la giovane età e la feroce determinazione. Non ha il talento immenso di Federer, né la forza muscolare di Nadal. Però ha grandissima reattività neuromuscolare, riesce ad esprimere un’elevatissima intensità ed è notevolmente migliorato sul piano tecnico, dotandosi di un signor servizio e registrando quel diritto che, in passato, era un po’ troppo “ballerino”. Parlare di fine di un’era è, comunque e con ogni probabilità, eccessivo perché Nadal può tranquillamente riprendersi il trono e Federer riservare qualche altro colpo in canna ( almeno, a livello di Slam più che di primato in classifica), e, del resto, se alla vigilia di questo Wimbledon era stata coniata l’espressione “Fab four” lo si era fatto perché, nella percezione generale, il regime di rigido duopolio non lo si avvertiva più. Però, ( e in attesa che anche Murray compia un ulteriore salto di qualità), nel caso di Djokovic, si tratta non solo di un primato assolutamente meritato e legittimato da un’impressionante striscia di risultati ( 48 vittorie e 1 sola sconfitta nel 2011, patita da Federer a Parigi,  50 vittorie nelle ultime 51 uscite se si aggiungono anche i due singolari dell’ultima finale di Davis a dicembre 2010), ma anche di un primato destinato a durare e non un semplice sovrano “di transizione” ( come poteva essere, per esempio, Leyton Hewitt). Quanto potrà durare il suo regno? La risposta comincerà a darcela l’interessato a Flushing Meadows. Ma sempre, sentiti e ascoltati i due diòscuri, spodestati dopo sette anni e 5 mesi di duumvirat.

Daniele Puppo

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