Due giganti e una………. Pennetta

C’era una volta il più forte tennista di sempre sulla terra battuta. C’era una volta un mancino dal braccio nodoso come una clava ma con un ginocchio scricchiolante. Ora, il ginocchio forse fa ancora un po’ di capricci, la schiena ogni tanto fa male e il polso non è che stia benissimo ma c’è un fuoriclasse non solo completo ( i successi a Wimbledon 2008 e 2010 e quelli sul cemento australiano del 2009 e su quello americano del 2010 già parlavano chiaro) ma capace di dominare lontano dal rosso con la stessa continuità con cui, da anni (dal 2005, un’era geologica nel tennis e nello sport professionistico tutto), lo fa sul mattone macinato. E’ Rafa Nadal. Il trionfatore degli Us Open 2013. Dopo la finale migliore tra quelle possibili, contro la sua vecchia nemesi del 2011(e anche qui, sembra trascorsa un’eternità), quel Nole Djokovic che, per primo, aveva osato inserirsi nel dialogo di vertice tra lo spagnolo e Federer rendendolo un gustoso dibattito (con la fattiva collaborazione di Murray, va detto), salvo poi mettersi alle spalle entrambi. La finale che tutti si aspettavano, visto il declino inarrestabile dell’elvetico ( e non c’è ovale di racchetta che tenga, se cede la schiena il problema è l’usura degli anni e per quello rimedi non se ne scorgono, purtroppo) e i problemi di assestamento dello scozzese (rimasto a metabolizzare le gioie e i tanti thè trangugiati dopo il successo londinese). Ma, soprattutto, la finale che tutti volevamo. Garanzia di un’intensità irreperibile altrove. Così è stato. Almeno per tre set. Poi, l’incredibile epilogo della terza partita, che il serbo sentiva di avere già in tasca, sommata alle scorie accumulate nel vittoriosa maratona di semifinale con Wawrinka, hanno prodotto il 6-1 del quarto con Nole ormai svuotato di energie, fisiche e nervose. Per far comprendere meglio la grandezza dei due sfidanti, basti ricordare che si sono affrontati per la 37° volta (bilancio 22-15 per Rafa), staccando di una lunghezza le puntate dell’indimenticabile saga Lendl-McEnroe (ma sarebbe opportuno anche rammentare che Becker-Edberg si erano fermati a 35 repliche, come Lendl-Connors, a 34 erano giunti Sampras-Agassi e McEnroe-Connors) e facendo sembrare addirittura poca roba i 31 precedenti tra Nadal e Federer. E’ anche questo il bello del tennis. Uno sport in cui non si fa a tempo a salutare i 14 Slam di Sampras che, all’orizzonte, già si stagliava, minacciosa, la sagoma di Federer che avrebbe innalzato l’asticella a quota 17, non si fa a tempo a celebrare il dominio incontrastato del “più grande di sempre” (che in realtà non esiste) che arriva l’ombra, muscolosa quanto il suo proprietario, di Nadal e non si fa a tempo a stabilire l’esatta collocazione nella storia di questa rivalità tra le tante che l’avevano precedute che ecco arrivare il serbo elastico. Una capacità di rinnovamento nei suoi protagonisti invidiabile. E anche dei libri dei record. Già, di quelli appena riscritti da Re Roger. Era il 2012, un anno e due mesi fa, che sia annotava la cifra 17 come soglia Slam irraggiungibile per i comuni mortali. Bene, a 27  anni e spiccioli (tre mesi e 8 giorni, per i pignoli), Rafa Nadal ha già toccato la vertiginosa quota di 13 tacche. Per un totale di 60 successi nei tornei ATP e dopo aver rafforzato ulteriormente il suo primato tra i Master 1000 raggiungendo i 26 trionfi. Il tutto, dopo uno stop di 7 interminabili mesi causa gli scricchiolii di cui si accennava in apertura. Ancora più impressionante. Roba da far ritenere l’imminente ritorno sul trono di n. 1 non solo un evento ineluttabile e, fondamentalmente, giusto in quanto più aderente alla realtà, ma addirittura di portata molto marginale al cospetto della riscrittura della storia di questa disciplina. E storici ed impressionanti sono stati alcuni passaggi di questa sfida terminata 6-2 3-6 6-4 6-1 per il maiorchino. Dopo un primo set dominato dallo spagnolo, uscito molto più pronto dai blocchi, si è assistito ad un secondo e ad un terzo da fuochi d’artificio. Intensità e ritmi da F1 con la perla di un punto scandito da 54 bastonate (pardòn, colpi) con cui il serbo strappava il servizio al rivale nel secondo set. Applausi scroscianti di tutto l’immenso catino dell’Arthur Ashe Stadium (lo stadio tennistico più grande del mondo) e la sensazione diffusa che, non ci fosse un marziano di là della rete, un qualsiasi altro giocatore sarebbe crollato e il match girato inesorabilmente nella direzione di Nole. Di là della rete , però, c’è Nadal. Che si riprendeva subito il break, salvo cedere, poi, comunque, il set ad un Djokovic rientrato gagliardamente in partita. Nel terzo set Djokovic scappava subito 2-0 ma commetteva l’imperdonabile errore di mancare la palla del 3-0, Rafa, ovviamente, capitalizzava le sue occasioni e si arrivava così al game decisivo sul 4-4. Qui, il momento-chiave, perchè Nole saliva a 0-40 con tre vincenti da urlo cui Rafa replicava con altrettante prodezze per tenere la battuta e operare poi l’allungo decisivo nel game seguente dove pure il serbo era avanti 30-0. Poi, nel quarto, dopo un piccolo brivido iniziale, è solo una cavalcata trionfale dell’iberico. Che in conferenza stampa ha confessato di ritenere proprio questa la vittoria più significativa della sua già straordinaria carriera. Molto deluso, invece, Djokovic, sconsolato per le tante occasioni perdute, soprattutto nei punti chiave.

Quasi lo stesso film è andato in scena nel torneo femminile. Anche qui epilogo affidato alle due campionesse più attese, Serena Williams e Vika Azarenka. Anche qui, due set da sogno con l’americana sempre a condurre e la bielorussa costretta ai salti mortali per recuperare la scia sin quasi a rimettere in discussione il set iniziale, incamerato comunque dalla n. 1 del mondo per 7-5, mentre la rimonta andava a buon fine nel secondo dove, sotto 1-4, riusciva a forzare il parziale al tie break che incamerava dopo una lotta furiosa per 8 a 6. Certi sforzi, però, si pagano. Soprattutto, contro un’avversaria di caratura e cilindrata superiori. Il 6-1 finale per una Serena raggiante e zampettante dalla felicità era la logica conclusione. Che conferma, però, quanto dichiarato dalle due rivali alla vigilia: Vika rimane l’unica giocatrice del circuito a poter impensierire una Serena al meglio e questa rivalità, ancora acerba nei numeri ( 13-3 per Serena) che non rendono pienamente giustizia alle qualità anche agonistiche della n. 2 del mondo, sta costringendo la Azarenka a migliorarsi di continuo. Come accadeva trent’anni fa a Chris Evert contro Martina Navratilova. A proposito, con il successo di Flushing, Serena ha raggiunto quota 17 Slam ( come Federer, tanto per citarne uno a caso) ed è ad un solo titolo dalle due grandissime dominatrici degli anni ’80 (e pure fine ’70). Ancora lontano il primato assoluto, detenuto da Margaret Smith Court con 24 Slam. Più abbordabili i 19 della Wills Moody o i 22 della Graf. Ma per questa Serena, uscita vincitrice anche da drammi familiari e infortuni gravi,  nulla è ormai impossibile. Le analogie con il fenomeno di Manacor, inutile negarlo, sono impressionanti.

Non ci fossero stati questi due giganti del tennis mondiale ben altro spazio avrebbe meritato la nostra spedizione, soprattutto, femminile che ha prodotto una quantità mai vista prima di derby tra connazionali (Pennetta-Errani, Vinci-Knapp, Vinci-Giorgi e Pennetta-Vinci) che, viste le condizioni di forma di Flavia, Roberta e Camila, hanno, da una parte, garantito la presenza sicura di una nostra rappresentante in semifinale (traguardo che, agli Us Open, non raggiungevamo dal lontanissimo 1930 con Maud Levi Rosenbaum), ma, forse, ci hanno privato di un’altra semifinalista in più. Da questa sorta di “campionati italiani assoluti su cemento” è emersa vincitrice Flavia Pennetta. Esito sorprendente solo in parte. Perché se è vero che Flavia, 31enne e reduce da un anno intero passato a recuperare da un delicatissimo intervento al polso, aveva dichiarato alla vigilia della trasferta USA che avrebbe potuto smettere a fine anno (cosa che, statene certi, non accadrà più), è altrettanto vero che, se al meglio della condizione, rimane la nostra tennista tennista più forte. Non per varietà di soluzioni o inventiva (in questo, Roberta Vinci e Francesca Schiavone le sono superiori) ma per ritmo e potenza nei fondamentali e nel servizio, certamente sì. E c’è voluta un’Azarenka nella sua miglior versione per estrometterla dal torneo in semifinale, non senza qualche patema nel primo set. Abbiamo, inoltre, una Vinci che si sta confermando su livelli di assoluta eccellenza (confermato il quarto di finale dell’anno scorso, anche lì stoppata da una connazionale, la Errani) e una Camila Giorgi che, in prospettiva, è destinata a diventare ben più che la n. 1 d’Italia, ma una top 10 fissa. Preoccupa, invece, l’involuzione di Sara Errani che, dopo la batosta rimediata con la Pennetta, ha esternato tutte le sue difficoltà a reggere la pressione delle grandi attese. Nel complesso, comunque, una squadra azzurra che promette di regalare ancora molte soddisfazioni. A partire dall’imminente finale di Fed Cup a Cagliari, il 2 e 3 novembre, contro la Russia che, con o senza Maria Sharapova, resta avversaria temibilissima, ma ampiamente alla portata delle nostre.

Daniele Puppo

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