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È morto Liu Xiaobo, l’anima di Tienanmen

Il dissidente cinese Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace nel 2010, è morto ieri in un ospedale di Shenyang, nel nordest del Paese. Aveva 61 anni. Malato di tumore al fegato, era uscito di prigione per essere ricoverato in ospedale lo scorso 26 giugno.

Liu era in prigione dal 2008. Era stato condannato a 11 anni di reclusione nel 2009 per incitamento alla sovversione del potere dello Stato. Era il primo firmatario di Charta ’08, un manifesto che sosteneva la necessità di riformare le strutture dello Stato in senso democratico. Il suo impegno politico, che gli era costato già altre condanne in passato, lo aveva portato anche a partecipare alle proteste del 1989 in piazza Tienanmen, a Pechino. Proprio in un campo di rieducazione aveva conosciuto Liu Xia, la poetessa che sarebbe diventata sua moglie.

È stato il primo cinese a vincere un Nobel mentre viveva ancora nel suo Paese, e la terza persona nel mondo a vincerlo mentre era in carcere. Il primo era stato il giornalista tedesco Carl von Ossietzky, internato in un campo di prigionia dai nazisti per il suo impegno pacifista, seguito dalla politica birmana Aung San Suu Kyi. E proprio come Von Ossietzky è rimasto nelle mani dello Stato fino alla fine, e non ha mai potuto ritirare il premio.

All’indomani della sua morte l’Occidente alza la voce sulle condizioni della detenzione e del ricovero. Il regime di Pechino ha una “responsabilità pesante” per la sua dipartita “prematura”, fa sapere il comitato che assegna i premi Nobel. In effetti, finché è stato cosciente, Liu ha chiesto di potersi curare all’estero. Le autorità cinesi hanno invitato due medici stranieri, uno tedesco, l’altro americano, a far parte dell’équipe che lo seguiva, ma non hanno mai permesso che si spostasse da Shenyang, e hanno sempre sostenuto che la sua terapia fosse la migliore disponibile.

Nel frattempo in Cina la notizia della sua morte è stata ampiamente censurata dagli apparati statali che controllano radio, tv e internet. Amara ironia della sorte, per un pensatore convinto che la Rete avrebbe permesso ai cinesi di incontrarsi, coordinarsi e organizzare le loro richieste di democrazia e di libertà. E invece la sua vita e la sua opera sono state chiuse fuori dal Great Firewall, la grande muraglia virtuale eretta da Pechino per controllare il flusso di informazioni. Un muro costruito con tecnologie occidentali, regolarmente fornite da aziende occidentali, e che i governi delle democrazie occidentali invidiano alla Cina.

F.M.R.

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