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Elezioni anticipate? Non vincerebbe nessuno. Pd, scissione

Elezioni anticipate, ma se si votasse oggi non vincerebbe nessuno: secondo i sondaggi Ipr e Tecné per la trasmissione Porta a Porta, Pd e M5S risulterebbero alla pari (30%) a Montecitorio, seguiti da Lega (13%), Forza Italia al 12%, Fratelli d’Italia al 5%, Sinistra Italiana al 3,5%, Nuovo centrodestra al 3%, Udc all’1 %.  Nè vincitori né vinti, dunque, tutti sono soglia 40%. Fatto sta che le elezioni le vuole Salvini, che accetta anche la proposta di Brunetta di accordarsi con Berlusconi “purché si remi insieme, o ognuno per sé”. Le invoca Beppe Grillo, che in vista del voto mette al bando i ‘traditori’ del MoVimento.

Le vuole anche Matteo Renzi, terzo presidente del Consiglio del quarto governo non eletto dal popolo (prima di lui: Monti e Letta, dopo Gentiloni), che ribadisce il ‘no’ al congresso straordinario del partito democratico, facendo infuriare Massimo D’Alema che minaccia la scissione ipotizzando un nuovo fronte della sinistra già al 10%. Più precisamente, senza un congresso, dice D’Alema (ma la decisione di rompere è presa, visto che punta a un asse con Emiliano e dice di essere in contatto con Bersani), “sarà Renzi che farà la scissione, che imporrà una frattura. E’ normale”.

Il fatto è che il segretario del Pd è già proiettato oltre: “Se dopo le elezioni torneremo al governo dovremo riprendere il ragionamento” sul taglio dell’Irpef e “non solo quella”.  Mentre la sinistra invoca il congresso e dibatte sulla legge elettorale e voto anticipato, lui sul blog e nella sua newsletter  scrive di “problemi reali di tutti i giorni”: giù le tasse (“rottamare il modello Dracula che per anni è stato la base di alcuni ministri del centrosinistra e del governo Monti: scommettere su un fisco amico, come abbiamo fatto ottenendo il record di 17 miliardi dalla lotta all’evasione. E abbassare le tasse”), innanzitutto. Quanto alle urne, i renziani puntano a un’accelerazione per il voto a fine aprile, anche se scommettono più realisticamente su giugno. Entro domani Renzi farà il punto al Nazareno con i dirigenti Dem sull’iter da seguire per un confronto con gli altri partiti sulla legge elettorale. Si parte dal Mattarellum, con la disponibilità a discutere di altre soluzioni, ma prevale lo scetticismo sulla possibilità di intervenire in Parlamento: si rischia la palude, dicono fonti Dem. Dunque, se con FI (dei Cinque stelle ci si fida poco) si giungesse a un’intesa, si potrebbe valutare di portare il testo in Parlamento e blindarlo con una “fiducia tecnica”. Ma l’ipotesi più quotata è che si voti con le leggi così come scritte dalla Corte (maggioranza al 40%). E il momento delle scelte è già fissato alla direzione del 13 febbraio (o qualche giorno dopo, se le motivazioni della Consulta tardassero ad arrivare).

Intanto il governo Gentiloni è sempre più in bilico, pressato dalla richiesta Ue di una correzione di bilancio, che sarà emendata fino all’ultimo minuto, anche se ieri pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ne hanno deciso il senso politico: a Bruxelles si farà capire che il governo italiano non intende fare manovre correttive; che per coprire lo sbilancio denunciato da Bruxelles (circa 3,4 miliardi) non saranno decise nuove tasse e dunque – ecco il senso – la trattativa con la Commissione continua. In altre parole nella lettera non saranno contenute risposte puntuali e dettagliate ai rilievi e soltanto al termine di un’ulteriore istruttoria – ma questo non sarà contenuto nel testo della lettera – si immagina una possibile convergenza.  Se la Commissione europea, come sembra essere chiaro, stavolta non ha intenzione di darla vinta al governo italiano, Gentiloni e Padoan senza troppe resistenze (che potrebbero far scattare la procedura di infrazione con relative sanzioni) punterebbero invece a spuntare lo “sconto” maggiore possibile.

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