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Enciclica, Papa Francesco: “i popoli hanno pagato il salvataggio delle banche”

L’enciclica di Papa Francesco, Laudato si’, pubblicata in sei lingue, compreso l’arabo, si dimostra essere perfettamente in linea con i modi aperti, schietti e a detta di molti, rivoluzionari del Pontefice. Presentata oggi nell’Aula Nuova del Sinodo e non, come d’abitudine, nella Sala Stampa della Santa Sede, era stata precedentemente inviata ai vescovi di tutto il mondo via email, con un biglietto in cui Francesco chiedeva ai “cari fratelli” di non dimenticare di pregare per lui.

Il tema centrale del documento è l’intima connessione che avvolge gli elementi di tutto il creato, che “ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita”. I gemiti del pianeta, scrive il Papa, “si aggiungono a  quelli “di tutti i poveri e tutti gli scartati del mondo”, che non solo non devono ma, in questa prospettiva di interdipendenza complessa, non possono essere ignorati.

“Un’enciclica poetica e pragmatica insieme, che chiama ad una autentica conversione ecologica”, ha commentato l’economista statunitense Carolyn Woo, proprio in virtù del fatto che l’ambiente è una delle questioni più attuali, sulle quali la società mantiene un dibattito e un interesse costante.

Nella gestione della “casa comune” siamo tutti coinvolti, singoli cittadini compresi, che quando sono attenti alla “gestione dei rifiuti” quando usano i mezzi pubblici, o anche quando usufruiscono del “car sharing” stanno facendo qualcosa per la propria anima e quella dell’intero pianeta, perché “l’approccio ecologico deve essere anche sociale”.

Il tono dell’enciclica è veramente pragmatico: l’innovazione, una nuova “rivoluzione ecologica” deve essere ovviamente condivisa da tutti ma come si può pretendere qualcosa dal singolo cittadino quando esso non si sente tutelato? Ad esempio, quando il trasporto pubblico non funziona e si verifica un “trattamento indegno delle persone a causa dell’affollamento, della scomodità o della scarsa frequenza dei servizi e dell’insicurezza”. In virtù di questo, “alcune misure necessarie difficilmente saranno accettate in modo pacifico dalla società senza un miglioramento sostanziale di tali trasporti”.

Insomma, aver cura dell’ambiente significa prima di tutto aver cura degli esseri umani. Cosa significa infatti il comandamento ‘non uccidere’ quando un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per ‘sopravvivere?” si chiede il Pontefice. A cosa serve il dibattito accademico o sui media  sull’ambiente se poi non si ha un “contatto diretto con i problemi” che il degrado ambientale genera sulle persone, sui poveri, sui dimenticati di tutto il mondo? In questo senso, fondamentale rimane la questione della casa: “La proprietà della casa ha molta importanza per la dignità delle persone e per lo sviluppo delle famiglie. Si tratta di una questione centrale dell’ecologia umana”.

Operare una “rivoluzione ecologica” significa anche spezzare i vecchi equilibri che regolano un’economia ormai schiava della finanza. Facile chiudere gli occhi davanti alle speculazioni, ai ritmi di consumo sfrenati, alle disuguaglianze, se questi concetti sono visti solo in maniera astratta. Ma riferendosi alla crisi economica che affligge il sistema mondiale, Papa Francesco sottolinea come il “salvataggio a ogni costo delle banche è stato fatto pagare alla popolazione”.

Occorre rallentare il passo, puntare a una “sana decrescita”: “Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo e recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane”. Ciò che veramente è “insostenibile” è  “il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana”.

L’enciclica del Papa è la risposta del Vaticano a varie spinte ed aspettative, non solo dei cattolici e dei cristiani del mondo, ma anche di quei laici che riconoscono al personaggio di  Papa Francesco onestà e valore. Ma è anche la continuazione di un discorso sviluppato, strano a dirsi, nella sfera politica, la stessa sfera politica che il Pontefice sollecita ad essere più presente e coinvolta, sia a livello nazionale che internazionale.

L’ex presidente dell’Urugay, Josè Pepe Mujica, aveva anche lui pronunciato un “discorso rivoluzionario”, alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012: “Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi”.

“Lo sviluppo – aveva continuato il presidente – non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità”.

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