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Finanziamenti ai partiti, deciderà la Corte costituzionale

Su quasi tre miliardi di finanziamenti a partiti, associazioni politiche e casta adesso è calata la scure della Corte dei Conti che ha rinviato la questione agli Ermellini. corte_costituzionaleMa cosa è successo perchè su questa autentica vergogna nazionale si accendessero i riflettori e le armi, spesso spuntate, dei magistrati contabili? Presto detto: indagando su quanto fatto dall’ex tesoriere della Margherita Francesco Lusi, braccio destro dell’ex segretario nazionale Francesco Rutelli, ora sotto processo per illecite sottrazioni di denaro pubblico, per svariati milioni di euro di rimborsi elettorali, lo Stato, dopo sedici anni dal ripristino dei meccanismi abrogati con un referendum promosso dai radicali quattro anni prima, oggi si accorge che sebbene 31 milioni di italiani, nell’ aprile del 93, avessero votato, in modo plebiscitario, per l’ abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, questi ultimi avevano comunque continuato a parcepire quelle prebende per un ammontare di 2,7 miliardi di euro. Un fiume di denaro che ha travolto la volontà popolare diventata carta straccia grazie a sottili artifici lessicali che hanno trasformato i “finanziamenti” in “rimborsi”.

Lo scandalo della Lega con il rinvio a giudizio, ieri,  per l’ex leader Umberto Bossi, i due figli,  ed il suo cerchio magico accusati di aver stornato qualcosa come quaranta milioni di euro dalle casse del partito, unitamente ad altri due casi clamorosi, quello di Lusi e dell’ex capogruppo Pdl alla regione Lazio  Franco Fiorito, ha riportato alla ribalta il problema del finanziamento pubblico. Un problema metastatico che su questi temi,  ha premiato elettoralmente a febbraio il movimento dei Cinque stelle convincendo il presidente del Consiglio Enrico Letta a minacciare, dal giugno scorso in poi, di intervenire “anche per decreto” pur di mettere fine alla faccenda.
La questione comunque resta apertissima. Dopo che la Camera infatti, tempo addietro  ha approvato, non senza sforzo e disagio, una legge che avrebbe dovuto interrompere l’ erogazione a pioggia di denaro sui partiti, le nuove norme sono ora ferme in commissione Affari costituzionali del Senato.

Ma su questo gioco al rimpiattino adesso c’è l’entrata a gamba tesa della Corte dei Conti che ieri ha messo fine al balletto, sollevando una questione di legittimità davanti alla Corte costituzionale. Il Procuratore del Lazio, Raffaele De Dominicis, è andato anche più a fondo di quanto si potesse prevedere:  la questione di legittimità costituzionale l’ha sollevata per  tutte le leggi, a partire dal 1997, che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti, per averlo fatto in difformità con quanto proclamato dai cittadini con il referendum dell’aprile 1993. La decisione – ha reso noto lo stesso procuratore nel corso di un incontro con i giornalisti a margine dell’udienza di parificazione del rendiconto della Regione Lazio – “è stata presa nell’ambito dell’indagine istruttoria aperta nei confronti dell’ex amministratore-tesoriere del partito «La Margherita», Luigi Lusi, sotto processo anche penalmente per illecite sottrazioni di denaro pubblico”. Ma sono le motivazioni della sentenza di De Dominicis che lasciano l’amaro in bocca.

Rammentando che il corpo elettorale, in occasione del referendum «fornì una risposta decisamente negativa in relazione alla persistenza delle erogazioni di contributi statali a beneficio dei partiti politici e dei movimenti e/o gruppi ad essi collegati», nel sollevare questione di legittimità il magitrato ha ribadito che le disposizioni posteriori «sono da ritenersi apertamente elusive e manipolative del risultato referendario, e quindi materialmente ripristinatorie di norme abrogate». Per la Corte dei Conti, quindi, «tutte le disposizioni impugnate, a partire dal 1997 e, via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012, hanno ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993, facendo ricorso ad artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi; così alimentando la sfiducia del cittadino e l’ondata disgregante dell’antipolitica». Dalla normativa contestata, poi, deriva per il procuratore De Dominicis «la violazione del principio di parità e di eguaglianza tra i partiti e dei cittadini che, per mezzo dei partiti stessi, intendono partecipare alla vita democratica della Nazione. Infatti, i rimborsi deducibili dal meccanismo elettorale risultano estesi, dopo il 2006, a tutti e cinque gli anni del mandato parlamentare, in violazione del carattere giuridico delle erogazioni pubbliche, siccome i trasferimenti erariali, a partire dal secondo anno, non solo si palesano come vera e propria spesa indebita, ma assunti in violazione del referendum dell’aprile 1993». La differenziazione degli importi dei rimborsi dopo il primo anno dalle elezioni infine «si configura arbitraria e discriminatoria perché consolida la posizione di vantaggio solo di quei partiti che hanno raggiunto la maggioranza politico-parlamentare».

 

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