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Fisco: politica italiana non in linea con UE

“Alcune azioni prese a livello di politica fiscale” dell’Italia non sono in linea con le “raccomandazioni generali” di Bruxelles.

Lo ribadisce oggi, secondo quanto riferito dalle agenzie e dal suo portavoce, il vicepresidente della Commissione Ue Vladis Dombrovskis, aggiungendo che “ci vorranno diverse settimane perché la Commissione analizzi i piani di bilancio nazionali e presenti le sue conclusioni. Questo riguarda sia le bozze di leggi finanziarie nazionali che le richieste degli Stati membri di usare la flessibilità del Patto di Stabilità Ue, prevista dalle clausole sugli investimenti e sulle riforme strutturali, o per la spesa aggiuntiva legata alla crisi dei rifugiati”.

“La Commissione – ha aggiunto anche – consiglia di spostare il peso fiscale dal lavoro su altre basi impositive con effetti meno peggiorativi per la crescita, come i consumi, la proprietà, il capitale. In effetti l’azione del governo italiano non sta andando in questa direzione; perciò dobbiamo discutere con le autorità italiane quali sono le ragioni di questa politica fiscale e le sue potenziali implicazioni”.

Una doccia nemmeno troppo gelata, per il Governo italiano che, già nei giorni scorsi, aveva affrontato il giudizio dell’Ue riaffermando l’autonomia decisionale in materia di tassazione. Proprio il premier Renzi, aveva ribadito che a un niet di Bruxelles avrebbe ripresentato la legge di stabilità così come è, a sottolineare la bontà di un provvedimento che viene presentato come stimolo per la crescita e come quello che taglia le tasse. Tasse che calano, come ricorda il consigliere economico del governo, Yoram Gutgeld, di parecchi miliardi.

“Se si guarda alle nostre due leggi di Stabilita’ insieme, – spiega in una intervista al Corriere della Sera – c’è una riduzione di tasse di quasi 34 miliardi fra il 2014 e il 2017, di cui 30 miliardi su lavoro, impresa e sulla produzione, e solo 3,5 miliardi sulla casa”.

“All’ interno dei 30 miliardi per il lavoro ci sono misure come i 10 miliardi del bonus da 80 euro o la decontribuzione sui contratti. Oltre a questo pacchetto, ora impegniamo un miliardo sulla povertà e potenziamo il fondo per la non autosufficienza. Mi pare un pacchetto – ha ribadito Gutgeld – largamente a favore delle fasce più disagiate, del lavoro, della produzione e della ripresa degli investimenti. Per circa il 90%”.

Cambia invece il tiro del governo sulla tassazione della casa. Durante la conferenza stampa di presentazione de ‘l’Italia col segno più’ Renzi aveva garantito il taglio completo delle tasse su tutte le prime case, incluse quelle di lusso, suscitando le reazioni della minoranza dem del suo partito. Dalla pagina Facebook, il premier torna sui suoi passi e scrive: “A chi dice: ma la manovra sulla casa l’aveva fatta anche Berlusconi, dico che è vero. Perché negare la realtà? La norma è la stessa di allora, con due sole differenze: 1) noi non cambieremo idea come ha fatto lui nel 2011 che votò per rimettere l’ICI cambiandole soltanto il nome in IMU; 2) noi non faremo pagare il conto ai comuni della differenza. I sindaci possono essere molto felici di questa legge di stabilità: è pensata per loro e per i cittadini normali. Quelli che tirano avanti la carretta ogni giorno”.

“La norma – aggiunge – è la stessa anche sulla questione dei castelli che dunque – a differenza di quanto si dice con tono scandalizzato – pagheranno (come per abolizione ICI del 2008). Ironia della sorte: i castelli furono parzialmente esentati dai governi successivi, anche di centrosinistra, perché considerate residenze storiche, ma le categorie catastali A1, A8, A9 avranno lo stesso trattamento della misura del 2008”.

Non è tutto, però. Stando alle ultime bozze della manovra, il cui testo sarà disponibile da domani, il taglio della Tasi, non dovrebbe riguardare tutti gli inquilini. Gli affittuari di abitazioni “non principali” continueranno a pagare la loro quota, insieme al proprietario. Inoltre, i proprietari di più abitazioni sono ancora esposti al rischio di una variazione a crescere  dell’aliquota da parte dei Comuni, che potranno decidere se aumentarla anche il prossimo anno fino allo 0,8% in più.

Una ipotesi che, insieme al mantenimento delle imposte sulle case di pregio, ridimensionerebbe e non poco gli annunci di Renzi.

Soprattutto, questa prospettiva non incontra il favore dei rappresentanti della proprietà. Il presidente di Confedilizia, Giorzio Spaziani Testa, ha affermato che “se ai Comuni venisse concesso di aumentare dello 0,8 per mille il limite massimo delle aliquote di Imu e Tasi – fissato in via ordinaria al 10,6 per mille – la proprietà immobiliare pagherebbe maggiori imposte per circa 2 miliardi di euro”.

Spaziani Testa chiede chiarezza: “Il presidente del Consiglio ha presentato l’eliminazione della tassazione sulla prima casa come un intervento finalizzato a restituire fiducia agli italiani e, così, a stimolare i consumi. Noi gli abbiamo dato volentieri e convintamente atto di questa coraggiosa inversione di tendenza rispetto al passato. Se, però, l’eliminazione della tassazione sulla prima casa, da un lato non sarà più per tutti e, dall’altro, fosse accompagnata anche da un aumento delle imposte sugli altri immobili la situazione cambierebbe, e di molto”.

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