Con Biglia la Lazio torna a correre

Fuga rientrata. Roma e Lazio ok

Il big match di S. Siro ha partorito il risultato meno atteso ma più favorevole alle speranze della nutrita schiera di inseguitori: una Fiorentina pressoché perfetta ha fatto strali di un’Inter ancor più brutta del solito anche perché costretta, dopo soli 4 minuti, ad inseguire facendosi carico di un’impostazione della manovra che, al momento, la squadra di Mancini non è in grado di assicurare. Al resto ci hanno pensato il tecnico nerazzurro con un’ improvvido cambio del sistema di gioco (la difesa a 3, perché?), Handanovic con almeno due svarioni determinanti e la coppia Kalinic (tripletta per lui)- Ilicic in stato di grazia. Risultato: un sonante 4-1 che regala, sia pure in coabitazione proprio con i milanesi, il primato alla Viola (non accadeva da febbraio 1999) e, volendo abusare del gergo ciclistico (a proposito, complimenti a Sagan, fresco iridato su strada dopo una teoria infinita di piazzamenti, nessuno meritava il titolo più dello slovacco e tiratona d’orecchi ai nostri portacolori, molto al di sotto delle aspettative), riassorbe il tentativo di fuga nerazzurro ricompattando il gruppo che, sentitamente, ringrazia.

Dietro la coppia di testa riemerge il Toro, uscito scornato dal Bentegodi clivense, ma in grado prima di stordire con un micidiale uno-due (semplicemente straordinario il raddoppio di Benassi, travestitosi nell’occasione da Van Basten d’annata) il Palermo per poi resistere al ritorno rosanero nonostante la doppia inferiorità numerica.

Un gradino più sotto, a far compagnia al Sassuolo, bloccato sull’1-1 casalingo dal Chievo, c’è la Lazio. Sì, proprio la squadra che aveva rimediato sin qui solo sconfitte esterne con una grandinata di reti al passivo (ben 9 in campionato, più le 3 di Leverkusen e le 2 di Shanghai) e cui solo una tutt’altro che agevole vittoria con il Genoa aveva consentito di ridare ossigeno ad una panchina già traballante. Il successo di Verona (a proposito, dopo quello con i rossoblu, altro tabù sfatato: il Bentegodi sponda Hellas resisteva dal doppio centro di “Kalle” Riedle nel 1991/92, ndr ) può rappresentare, in questo senso, uno spartiacque nella stagione biancoceleste. I 3 punti esterni mancavano dalla notte di Genova (e si era a maggio scorso) e, in un campionato dove quasi nessuno riesce a doppiare alla domenica il bel risultato di quella precedente, costituisce un autentico break tennistico. Una vittoria strameritata per l’enorme divario mostrato dal campo (anche perché a fronte delle assenze di Candreva, Klose e De Vrij, i gialloblu rispondevano con un attacco decapitato sia di Toni che Pazzini) ma che un destino beffardo e un arbitraggio a dir poco disastroso del signor Giacomelli (un paio di rigori negati di cui uno clamoroso, un gol annullato per motivi misteriosi a Djordjevic, una rete irregolare convalidata ai padroni di casa nonostante l’evidente “blocco” su Marchetti, oltre all’espulsione per doppio giallo del solito Mauricio cui, però, il primo cartellino era stato sventolato con una certa fiscalità) stavano tramutando addirittura nella più beffarda delle sconfitte. Sotto 1-0, e dopo aver dominato in lungo e in largo e sciupato una messe di occasioni potenziali, è stato risolutivo l’ingresso di un Keita finalmente concreto per propiziare il rigore che il rientrante (e che rientro! Il centrocampo è, come d’incanto, tornato ad essere tale anziché il regno del caos lento di quest’ultimo mese ) Biglia si è incaricato di trasformare. Quando, poi, il sorpasso era nell’aria, l’espulsione di Mauricio (veramente impresentabile, perché insistere ancora?) sembrava dover rimandare ancora il primo urrà esterno, ecco materializzarsi la punizione vincente di Parolo (ecco un altro giocatore che pareva appiattitosi sulla mediocrità generale). Da adesso può iniziare un nuovo campionato.

Sabato, invece, si era assistito alla resurrezione della Roma il cui franco successo contro il Carpi ha riservato, però, contorni agrodolci. A fronte della ritrovata efficacia realizzativa che ha consentito anche al reprobo Gervinho di incassare qualche plauso e a Manolas di redimere la goffa autorete di Genova, si sono registrati ancora alcuni preoccupanti svarioni difensivi ma, soprattutto, gli infortuni di Totti (un mese out, non il miglior modo di festeggiare gli anni né l’annunciata terza paternità), Dzeko ( un mese o giù di lì pure per il bosniaco) e di Keita (“solo” due settimane di stop per il maliano ). Non certo l’ideale per approcciare la delicata trasferta di domani in Bielorussia. Ma la formazione di Garcia sembra aver metabolizzato bene le scorie della prima battuta d’arresto stagionale.

Sabato, però, voleva anche dire Napoli-Juventus. Un surreale scontro di metà/bassa classifica. Hanno vinto e con pieno merito i partenopei per 2-1 ma il risultato, visto il divario in campo, è stato sin troppo benevolo nei confronti della Vecchia Signora, costantemente presa d’infilata dal ritmo asfissiante dei padroni di casa con i soliti Higuaìn e Insigne sugli scudi (oltre che nel tabellino marcatori). Il buffo è che in un campionato così livellato persino una Juve così derelitta può coltivare speranze di un clamoroso reinserimento nei quartieri nobili. Ma servirebbe davvero una sterzata netta che, al momento, pare proprio difficile. E ora, dopo Sarri, Pioli e Garcia, tocca ad Allegri sorbirsi i mugugni del suo popolo, con le “vedove” di Conte già sul piede di guerra.

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