GB, May resta in sella ma perde la scommessa

“Formerò un nuovo governo per attuare la Brexit e mantenere il Paese sicuro”. È la promessa di Theresa May, che stamattina ha ottenuto il reincarico dalla regina Elisabetta II dopo le elezioni politiche di ieri.

Il colloquio è stato breve: la regina e la premier hanno parlato appena per un quarto d’ora.

“La Gran Bretagna adesso ha bisogno di certezze”, ha detto la May nella conferenza stampa, e i Conservatori sono gli unici che le possono garantire.

Fra i Tories e i loro nuovi alleati, gli Unionisti democratici dell’Irlanda del Nord (DUP), c’è una “relazione forte” che dura da anni.

La lista dei ministri sarà pubblicata oggi pomeriggio: la May non vuole perdere tempo, per non dare modo alle istituzioni UE di ritardare l’inizio dei negoziati per la Brexit. Le trattative dovrebbero iniziare il 19 di questo mese, anche se la data è solo di riferimento, come hanno chiarito il presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio UE Donald Tusk: quella tassativa è la data in cui il negoziato finirà, fra circa due anni.

I Conservatori sono ancora il primo partito nel Regno Unito, ma dalle elezioni sono usciti sconfitti e in crisi. Il partito ha perso la maggioranza assoluta a Westminster ed è dovuto venire a patti con un partito con cui ha poco in comune: quasi solo il fatto di dirsi conservatori. Tories e DUP hanno opinioni opposte su numerose questioni, dal matrimonio gay al cambiamento climatico. Adattare il programma alle esigenze della coalizione – se davvero come sembra si tratterà di questo, e non di appoggio esterno del DUP a un governo monocolore – sarà un’impresa titanica.

A spoglio pressoché completo – resta da annunciare il risultato di uno solo dei 650 collegi uninominali alla Camera dei Comuni – i Conservatori hanno eletto 318 deputati, i Laburisti 261. 35 seggi vanno allo Scottish National Party (SNP), 12 ai Liberaldemocratici, 10 agli Unionisti democratici.

In teoria, per poter governare servirebbero 326 deputati. Il quorum reale è un po’ più basso: sette seggi andranno allo Sinn Fein, un altro partito irlandese che diserta sistematicamente le sedute di Westminster, e vanno sottratti dal totale dei membri della Camera. Se vincerà l’ultimo seggio in palio, la coalizione Tories-DUP avrà 328 seggi:  bisogna sottrarre quello dello speaker John Bercow, eletto tra i conservatori, ma vincolato a un ruolo di garanzia super partes. In altri termini, sul governo incombe comunque lo spettro di una maggioranza esile, che rischia di sfaldarsi a ogni passo.

Tutto il contrario di quello che sperava Theresa May quando ha indetto le elezioni anticipate, e tutto il contrario di quello che serve al Paese, che ha un gran bisogno di stabilità politica in vista del negoziato sulla Brexit. La scommessa di rafforzare la maggioranza e dare il colpo di grazia ai laburisti, che due mesi fa sembravano in crisi, è persa senza ombra di dubbio.

I conservatori hanno perso 13 seggi, mentre i laburisti di Jeremy Corbyn ne hanno guadagnati 32, e ora vogliono la sua testa. “Theresa May ha perso sostegno, ha perso seggi e ha perso voti”, sintetizza Corbyn: “Io credo sia abbastanza perché se ne vada”.

Arretra anche l’SNP: nel 2015 aveva ottenuto 56 seggi sui 58 assegnati alla Scozia, oggi ne ha persi 21, e la possibilità di ottenere un secondo referendum per l’indipendenza si allontana. Risalgono ma non prendono quota i Lib-Dems, da nove a dodici seggi. Tramontano i nazionalisti euroscettici dell’UKIP, che perdono anche il singolo seggio conquistato due anni fa. Il loro segretario Paul Nuttall ha rassegnato le dimissioni.

L’unico seggio dove il conteggio è ancora aperto è quello di Kensington, a Londra, dove si sfidano all’ultimo voto la conservatrice Victoria Borwick e la laburista Emma Dent Coad. Il conteggio è stato ripetuto e poi sospeso per dare modo agli scrutatori di riposare: il terzo conteggio inizierà quando in Italia saranno le sette di sera.

Tecnicamente, quello uscito dalle urne è un hung Parliament, un’assemblea senza un partito di maggioranza, “appesa” alla tenuta della coalizione. Non è una circostanza molto frequente, ma è capitato in tempi recenti: due legislature fa, dal 2010 al 2015, il primo governo di David Cameron si dovette appoggiare a una coalizione fra i Conservatori e i Liberaldemocratici. Allora i Tories avevano ancora meno seggi di oggi, 306, ma con i 57 degli alleati avevano ottenuto una solida maggioranza.

Nel 2015 Cameron sarebbe stato rieletto a maggioranza assoluta, con 331 deputati, mentre i Lib-dems pagarono carissima la partecipazione alla coalizione, passando da 57 seggi ad appena 8. Il partito, come abbiamo visto, non si è ancora risollevato dalla batosta. A proposito, il suo segretario di allora, Nick Clegg, sostituito da Tim Farron nel 2015, non siederà a Westminster: nel suo seggio di Sheffield Hallam ha perso contro il laburista Jared O’Mara.

Quella era la stessa maggioranza che sosteneva la May, che ha preso il posto di Cameron dopo le dimissioni seguite al referendum sulla Brexit. Quando ha indetto le elezioni anticipate, la May aveva dichiarato di voler sottoporre il suo programma all’approvazione degli elettori, che come abbiamo visto avevano votato per un altro programma. Ironia della sorte, se ora si dimettesse come chiede Corbyn, o se un’altra corrente dei conservatrici la sfidasse e vincesse (il che non sembra impossibile), il capo del governo per la seconda volta di fila non sarebbe il candidato che ha presentato il programma più votato.

In realtà la decisione della May è stata influenzata anche da un altro fattore: nei sondaggi aveva un margine di vantaggio intorno al 20% su Corbyn. Il segretario laburista sembrava annaspare sotto le polemiche dell’ala moderata del suo stesso partito. Sembrava un’occasione irripetibile per consolidare la sua maggioranza e liberarsi della principale forza di opposizione.

Peccato però che la May, da allora, abbia sbagliato tutto. Ha presentato un programma confusionario, con uno slogan – Strong and stable, “forte e stabile” – che a molti commentatori, più che un principio guida, è sembrato un sogno. Ha disertato il dibattito in tv con Corbyn, lasciando al suo posto la ministra dell’Interno Amber Rudd. Hanno fatto il resto le gravi mancanze nell’apparato di sicurezza dello Stato, che molti hanno imputato ai tagli milionari al bilancio decisi quando la responsabile degli affari interni era lei, nei governi di Cameron.

Intanto Corbyn stilava un programma dichiaratamente socialista, forse irrealizzabile, ma inequivocabilmente di sinistra. E così ha riconquistato gli elettori tradizionali del partito laburista, rottamando gli ex ragazzi del New Labour che dopo gli anni di Tony Blair avevano inanellato uno schiaffo dopo l’altro.

A parte gioire delle disgrazie dei Tories, comunque, anche Corbyn non ha molti motivi per ridere. Il suo si può considerare un successo solo perché i laburisti non erano mai stati tanto in difficoltà. Se la May non riuscisse a formare una coalizione in grado di sostenere un governo, un governo qualsiasi, entro il 13 giugno – data della convocazione delle nuove camere – l’onere dell’incarico passerebbe a lui. E se i conservatori non hanno i numeri necessari per governare, tanto meno li hanno i laburisti, nemmeno in coalizione con gli indipendentisti scozzesi.

“L’hard Brexit e la stessa Brexit escono sconfitte dalle elezioni”, ha commentato Antonio Tajani, presidente del Parlamento UE. La May “non può negoziare la Brexit ora”, twitta l’ex leader laburista Ed Miliband: “Ci ha detto che perdere la maggioranza avrebbe distrutto la sua autorità. E così è stato”. Opinini condivise anche fra alcuni conservatori. Per George Osborne, ex Cancelliere dello Scacchiere sotto i governi Cameron, “stanotte la hard Brexit è finita nel cestino della spazzatura”. “Theresa May – aggiunge Osborne – probabilmente sarà uno dei primi ministri con il mandato più breve della nostra storia”.

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