Giappone: alle donne la chiave dello sviluppo futuro

Dopo Stati Uniti e Cina è la terza potenza economica mondiale. In età preindustriale il Paese del Sole nascente aveva già grandi città e mercati molto attivi, un sistema creditizio sviluppato e a metà del XIX secolo si aprì all’Occidente con i commerci internazionali.
Oggi che la crisi mondiale non risparmia neanche un Paese dalle ingenti risorse naturali (basti pensare alla pesca) e tecnologiche (automobili, elettronica, ecc) calano i consumi, diminuisce la domanda e l’offerta conseguentemente va ridimensionata. Ma non c’è solo questo problema a pesare sul Pil che ha ancora il segno +: c’é anche la bassa natalità ad affliggere questo Paese all’avanguardia che rischia di rimanere con scarsa forza lavoro. E, può sembrare un paradosso, ma proprio uno dei paesi più tradizionalisti in fatto di rapporto fra i sessi (il gender gap lo colloca al 94esimo posto per disparità fra i generi, subito dopo il Belize e prima di Mauritius) ha capito che per salvare l’economia giapponese occorrono le donne.
In un recente discorso il primo ministro conservatore Shinzo Abe ha reso noto che la “missione” che si è imposto è di “liberare il potere delle donne”. Questo perché uno dei grossi problemi del Paese è il calo della popolazione. Secondo le attuali stime, entro il 2040 il Paese avrà perso il 15% dei suoi abitanti, pari a 20 milioni di persone. Questo significherà un drastico calo della forza lavoro e degli introiti fiscali, accompagnato da un aumento delle spese per le pensioni.
Nel 2007 il governo pensava che la soluzione fosse fare più figli. Ma il tasso di natalità al momento è ancora basso, con 1,3 figli per donna. Quello che rimane dunque è aprire il mondo del lavoro che attualmente vede impegnato l’80% degli uomini e il 60% delle donne. Equiparare i due dati, afferma uno studio realizzato da Kathy Matsui, esperta di Goldman Sachs, aumenterebbe la forza lavoro di 8,2 milioni di persone, con una crescita del 15% del Pil.
Il governo sta facendo una campagna perché le donne diventino 30% dei dirigenti delle grandi società (al momento rappresentano solo il 10%). Ma sul lavoro le barriere culturali e strutturali ci sono, nonostante il Giappone abbia la nomea di paese all’avanguardia, così come le carenze di servizi di assistenza per l’ infanzia cui è necessariamente legato l’impegno femminile nel lavoro, ai posti di comando in particolare (il 70% delle donne infatti lascia il lavoro dopo il primo figlio).
Anche l’ex premier Yoshihiko Noda, già nel 2012, in uno dei suoi primi discorsi programmatici aveva ipotizzato che riguardo alle prospettive di declino della forza lavoro “è nostro dovere migliorare il tasso di occupazione di giovani, donne, anziani e disabili. Dobbiamo progredire nella realizzazione di una società in cui tutti siano partecipi, in cui chiunque abbia il desiderio di lavorare si trovi nella condizione di farlo”.

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