parents-getty_1240082

Giovani in famiglia, se il lavoro non basta a creare indipendenza

Mammoni, bamboccioni, iperprotetti, insicuri: la realtà della percentuale di giovani, tra i 25 e i 34 anni,  che ancora vive con i genitori è ancora molto alta in Europa. Con un differenza, però, tra il nord –  i Paesi scandinavi, la Danimarca, la Germania, Francia e la Gran Bretagna – e  quelli che i giornalisti economici usano indicare con ‘PIGS’ – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna – le cui iniziali formano l’acronimo in questione. Nel Nord Europa solo un giovane su 25 vive ancora in famiglia, mentre in Grecia uno su due. Le cifre sono dati aggregati di Eurostat (ec.europa.eu/eurostat), febbraio 2015.

Nel nostro Bel Paese, poi, la percentuale aumenta a due su tre: a casa il 65% dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni, per un totale di  oltre sette milioni. Ancora peggio che nei Paesi dell’Est, come la Slovacchia, dove a stare ancora tra le mura domestiche è il  56,6. Più di un giovane su due, dunque, non si è ancora emancipato.

C’è una evidente corrispondenza con i dati macro economici di crescita. I giovani restano a casa nei Paesi dove il Pil è basso, dove la disoccupazione è più alta, dove gli aiuti dello Stato sono minimi, o inesistenti, e la famiglia come può sopperisce alle necessità di chi meriterebbe un lavoro retribuito nella misura utile ad una propria indipendenza, a metter su famiglia, a mantenere quella dignità che qualsiasi governo deve garantire ai suoi cittadini.

In Italia la percentuale dei giovani che non riescono a lasciare la famiglia di origine è alta anche nella fascia di età più «adulta». Quasi un giovane su due tra i 25 e i 34 anni (il 49,4%), infatti, vive con almeno un genitore (in aumento di quasi cinque punti sul 2008).  Spesso, invece, restano nella casa paterna anche se hanno un lavoro: tra i giovani adulti che vivono a casa nella fascia più estesa 18-34 anni oltre un quarto dichiara di avere un lavoro a tempo pieno (il 27,2%) anche se in calo rispetto alla percentuale del 2008 (il 37,6% di coloro che vivevano ancora in famiglia). Se però si guarda tra coloro che sono ancora in casa tra i 25 e i 34 anni, in Italia il 43% ha un lavoro a tempo pieno (era il 53% nel 2008).

Ancora: restano a casa soprattutto i maschi (il 57,5% tra i 25 e i 34 anni) mentre per le femmine la percentuale scende al 41,1% (ma in forte aumento rispetto al 36,4% del 2008). Sempre altissima, a paragone della Danimarca dove le ragazze tra i 25 e i 34 anni in famiglia sono appena lo 0,4% del totale (il 10,5% in Germania e l’8,1% in Francia).

Il divario tra nord, centro e sud dell’Europa potrebbe leggersi anche in chiave culturale-religioso – i Paesi cattolici e ortodossi a sud e ad est, più inclini a trattenere i figli a casa, rispetto a quelli protestanti, più aperti da sempre anche a precoc i esperiente da single per i propri discendenti -. Ma dentro il gruppo di questi giovani che fanno «co-housing» familiare c’è di tutto: adulti mai cresciuti perché preferiscono vivere come eterni figli, con agio, i cosiddetti «bamboccioni»; ci sono i «Neet», che è l’acronimo inglese per «Not (engaged) in Education, Employment or Training», cioè persone non impegnate nello studio, né nel lavoro o nella formazione, che vivono nello sconforto personale e nella decrescita infelice; e ancora, gli «indivanados», per dirla alla spagnola, quelli che in Italia chiamiamo gli «sdraiati» (sul divano di casa).

Alla luce dei dati però, si impone una riflessione su questa Europa vecchia, che offre poche opportunità a questi giovani mostrando leggerezza nel preparare il futuro dei propri figli.

 

Related News

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Copyrıght 2013 FUEL THEMES. All RIGHTS RESERVED.