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Inchiesta Consip: indagato Tiziano Renzi

È di ieri sera la notizia che Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è stato chiamato a comparire davanti alla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione. Nell’avviso di garanzia ricevuto dal padre di Renzi, che sarà sentito a Piazzale Clodio già la prossima settimana, si ipotizza il reato di concorso in traffico di influenza.

Nell’inchiesta a fine dicembre erano stati indagati anche il ministro dello Sport Luca Lotti, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, il comandante della Legione Toscana dei carabinieri ed il generale Emanuele Saltalamacchia.

Quello relativo all’inchiesta Consip è però soltanto l’ultimo di una serie di casi di corruzione che nel nostro Paese sembrano ripetersi con crescente ed allarmante regolarità. Ma non è solo la cronaca ad offrirci una visione chiara, anche se desolante, del decadimento morale in cui versa la nostra classe politica.

Lo ha ribadito ad esempio il presidente di Cassazione, Giovanni Canzio che il 26 gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, non solo si è scagliato contro l'”eccessiva lunghezza dei processi” ma ha anche affermato la necessità di “un’approfondita riflessione sull’efficacia delle attuali misure, preventive, repressive e di contrasto della corruzione”. Infatti, sottolineava Canzio, a fronte di “una percezione diffusa del fenomeno sia nella Pubblica amministrazione che tra i privati”, essa non “non trova riscontro nelle rilevazioni delle statistiche giudiziarie. Il dato nazionale registra, infatti, un numero esiguo di giudizi penali per siffatti gravi delitti, con appena 273 procedimenti definiti nel 2016 in Cassazione, pari allo 0,5%”.

Della stessa opinione anche Piercamillo Davigo, presidente di sezione in Cassazione e dell’Associazione nazionale magistrati, ma soprattutto ex pm del pool di magistrati che nei primi anni Novanta sollevarono il coperchio su Tangentopoli, sistema clientelare e pianta velenosa cresciuta all’ombra della prima Repubblica che per anni ha infettato la politica italiana fino a tramutare la corruzione in prassi di Governo.

Non a caso, in un’intervista all’Agi, Davigo definisce quegli anni come “anni di guerra”. “Sono stati anni terribili, assolutamente i peggiori, come essere in guerra: dal ’94, o forse gia’ dal ’93, una delle cose peggiori è stata l’offensiva contro di noi, esposti, denunce, ispezioni, tentativi di farci finire in galera: tentarono di aprire un conto in Svizzera a nome di Colombo. Ne hanno fatte di tutti i colori”.

“Sono stati anni di scontro da parte della politica contro la magistratura – continua l’ex pm – i magistrati fanno il loro mestiere, la politica ha cercato di impedirglielo. Di questo si tratta”.

La crisi economica, la vera alleata della lotta alla corruzione.  Secondo i dati citati dal presidente di Anm, l’Italia ha un numero di condanne riferito al numero di abitanti, inferiore alla Finlandia, ovvero “uno dei Paesi in cui c’è meno corruzione al mondo”. Secondo Davigo, questo non significa solo che le misure adottate in Italia fino a questo momento per contrastare il fenomeno sono inefficaci ma vuol dire anche che c’è una precisa volontà da parte dei politici affinché tutto resti com’è.

Non è un caso, sottolinea l’ex magistrato, che “i processi sui grandi scandali siano stati concomitanti alle cadute del pil: nel ’92 c’è stata Mani pulite, negli Anni ’80 l’inchiesta sulla P2. L’opinione pubblica diventa particolarmente reattiva quando le cose vanno male”.

“La legislazione che risente delle tensioni dell’opinione pubblica cambia e nei momenti di crisi vengono approvate leggi più severe contro corruzione e crimine organizzato, quando le cose vanno meglio dal punto di vista economico, si ritiene che l’opinione pubblica sia meno reattiva e si smonta ciò che è stato fatto” conclude Davigo.

Di Pietro, Davigo e quell’Aula deserta. Successe appena qualche settimana fa. Precisamente il 7 febbraio, giorno del 25esimo anniversario della stagione giudiziaria che ha portato alla luce il sistema di Tangentopoli. In quell’occasione, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, protagonista come Davigo dell’inchiesta di ‘Mani Pulite’, si lasciò andare ad un considerazione amara: “E’ finita ma Tangentopoli è ancora tra noi. Cos’è cambiato rispetto a 25 anni fa? Che l’opinione pubblica non crede più che possa cambiare qualcosa”. Di Pietro guardava “con desolazione l’aula magna vuota” del Palazzo di Giustizia di Milano, dove si teneva la cerimonia alla quale partecipava oltre all’attuale presidente di Pedemontana ed ex magistrato simbolo di Mani Pulite, anche il presidente Davigo, l’ex ‘dottor sottile’, come era stato soprannominato, con un termine preso in prestito dalla filosofia medievale e che significa “uomo dalle argomentazioni fini”, puntuali, complesse, quasi cavillose nella loro precisione.

Oggi come allora, per Davigo il problema non era la gente, ma la politica: “gli italiani sanno benissimo che c’è un numero rilevantissimo di ladri nella classe dirigente di questo Paese, solo che teme che non sia possibile venirne a capo”. Quello che è veramente cambiato, concludeva Davigo già agli inizi di febbraio,  “è che ci sono regole sempre più complicate, il codice diventa ogni anno sempre più complesso con norme di difficile gestione. E le leggi le fa la politica”.

Risultato? Corruzione dilagante, accordi sottobanco che soffocano lo spirito imprenditoriale e disprezzo del merito per favorire l’interesse di quei pochi che si riempiono le tasche a ritmo di spinte e bustarelle. Il tutto aiutato da interventi placebo fatti da una classe politica che ad oggi risulta inefficace, e nel peggiore dei casi connivente, verso queste pratiche criminali. Insomma, l’inchiesta di Mani Pulite può anche essere conclusa, ma lo spettro di Tangentopoli si aggira ancora tra di noi.

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