Un folle 4-4 che lascia sgomenta la Roma fa brindare il Bayer

Inferno-paradiso-purgatorio: per la Roma a Leverkusen una commedia poco divina

Una serata iniziata sotto auspici che così nefasti non erano stati neppure a Borisov, poi una rimonta stavolta completata (a differenza della trasferta in Bielorussia) e suffragata da un gioco di altissimo livello, quindi un black out di neanche due minuti per rovinare tutto o quasi, infine un respiro di sollievo per aver scampato una beffa ancor più amara. Si può sintetizzare così la trasferta della Roma a Leverkusen che tanto somigliava al primo round di un doppio spareggio per la seconda piazza del Gruppo E di Champions.

La Roma paga, come sempre in questa campagna europea, un avvio lento con il centrocampo che filtra poco o nulla e l’intera linea difensiva che sbanda paurosamente. Emblematico, in questo senso, il gol del raddoppio tedesco favorito da una goffa palla persa da Digne e poi dalla staticità del rientrante (e la ruggine si vede tutta) Rudiger che non si alza per mettere in fuorigioco Hernandez che, dopo le reti mangiate in serie nelle precedenti uscite, non poteva credere a tanta grazia. Ma anche il braccio largo di Torosidis che aveva propiziato il rigore del vantaggio teutonico va inserito di diritto nella galleria degli orrori difensivi giallorossi. Un rosario di scempi che verrà ulteriormente aggiornato nel rocambolesco finale. Dallo 0-2 in poi, la Roma non solo reagisce ma domina arrivando, nella ripresa, a toccare picchi di bellezza raramente raggiunti da squadre italiane in trasferte continentali. De Rossi, alla sua 501° esibizione in giallorosso, suona la carica e si erge a protagonista: non sempre impeccabile e pulito dietro, si prende, però, i sacrosanti meriti della rimonta capitolina mettendo alle spalle di Leno, al termine di  due mischione dantesche, due palloni pesantissimi che zittiscono la BayArena e stordiscono i giocatori di casa. Al rientro si attende una nuova sfuriata di un Bayer punto nell’orgoglio ma è, invece, proprio la Roma a prendere subito il comando delle operazioni mettendo all’angolo il Bayer. Alza stentorea la voce, la squadra di Garcia che, prima raggiunge il vantaggio con il 4° sigillo stagionale su piazzato di un superbo Pjanic (il contatto su Nainggolan, per amor di verità, arriva quando il belga è già in orizzontale e ci starebbe anche il secondo giallo per simulazione ma è una topica che compensa la mancata punizione su Gervinho con conseguente rosso nel primo tempo), e poi, con il neoentrato Iago Falque, fresco di traversa, sembra blindare il colpo esterno con un 2-4 che fa già ipotizzare titoloni trionfalistici sui giornali. Il tutto condito dalle sgroppate dei tempi belli di Gervinho, non sempre lucido al momento del tiro, ma fondamentale nello spaccare in due la già fragile retroguardia tedesca. Sembra, però. La Roma ha la colpa di non chiudere definitivamente il match e, soprattutto, di non sfoggiare la necessaria tranquillità dietro per respingere il prevedibile colpo di coda dei padroni di casa. Errore da matita blu quando si affronta una formazione teutonica che, come da tradizione, ci crede sempre fino all’ultimo secondo dei minuti di recupero. Ed è così che, in neanche due minuti, fra il 39′ e il 41′ del secondo tempo, si materializza l’incredibile rivoluzione copernicana in una partita che aveva già cambiato una volta direzione e padrone. Prima un colpo da biliardo di sinistro sotto l’incrocio (inutile stare a disquisire se Szczesny sia partito in ritardo o meno) del più improbabile degli eroi, Kampl, peraltro un destro naturale, poi la frittata del 4-4 con Torosidis che dà la schiena a Wendell e Digne che si dimentica letteralmente l’accorrente Mehmedi che deve solo mettere il piattone per insaccare il pari. Una frittata che sarebbe potuta diventare ancor più indigesta se Hernandez non si ricordasse di essere uno sciupone, fallendo di misura un sorpasso che avrebbe trovato posto negli annali.

La Roma ha avuto il grande merito di riequilibrare e poi dominare una di quelle partite he, nate storte, 9 volte su 10, si incanalano nella direzione favorevole a chi trova il fulmineo vantaggio. Garcia lo ha sottolineato a viva voce nelle interviste del dopogara. E ha fatto bene. Altro non poteva né doveva dire. Perché in casi del genere, è giusto enfatizzare ciò che di buono rimane in un bicchiere che, a soli 6 (!) minuti dal 90′, sembrava un bel boccale di birra in pieno stile Oktoberfest. E, a differenza di quanto accaduto a Borisov, il tecnico non ha alcuna responsabilità specifica. Ma, come già sottolineato in precedenza, dovrà sbrigarsi a intervenire sulla mentalità di un gruppo che non è affatto privo di personalità (come erroneamente sostenuto su molti organi di stampa) e la reazione di ieri è lì a dimostrarlo ma che somiglia sempre più ad una reunion di emo: i suoi giocatori sono come una zattera in balia degli scossoni emotivi del match. Subiscono le emozioni, le assecondano ma non le controllano, né tantomeno dominano. E questo è un limite ben più grave dei pur gravissimi svarioni difensivi.

Ora la qualificazione è ancora possibile ma rimane appesa ad un filo che via via si sfilaccia. Non sono più ammessi errori di sorta. A cominciare dalla prossima gara all’Olimpico contro il Bayer. Qualunque risultato diverso dalla vittoria suonerebbe come una campana a morto anticipata. Ma anche una vittoria non garantirebbe nulla: si scavalcherebbero i tedeschi, è vero, ma il discorso qualificazione rimarrebbe appeso agli esiti dei rispettivi return match delle due squadre con il Barcellona, arbitro dei destini. Con una differenza sostanziale, però: la Roma andrebbe ad affrontare i catalani al Camp Nou mentre il Bayer dovrà giocarci tra le mura amiche e all’ultimo turno con il Barça che, verosimilmente, avrà già blindato qualificazione e probabile primato nel girone. Un vantaggio non da poco.

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