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ISIS: raid USA a Raqqa, colpito Jihadi John

È giallo sulla sorte di Mohammad Emwazi, alias Jihadi John, il miliziano dell’ISIS balzato agli onori delle cronache per il suo impeccabile accento britannico. Secondo alti funzionari USA citati dal Washington Post e dalla CNN, sarebbe stato colpito a morte da un missile lanciato da un drone a Raqqa, la città della Siria che funge da capitale dell’autoproclamato Califfato.

Secondo la ricostruzione della CNN, Emwazi era sotto sorveglianza occidentale da giorni. Sarebbe stato “disintegrato” mentre saliva a bordo di un’auto con altri miliziani.

Al momento non esistono conferme ufficiali della sua morte, ma secondo un'”autorevole fonte militare” citata dalla BBC c’è un “alto grado di certezza” che sia morto. Secondo fonti accreditate dell’ISIS sarebbe stato almeno ferito: testimoni oculari riferiscono di averlo visto trasportare in ospedale a Raqqa.

Sempre secondo i testimoni, l’ospedale locale sarebbe stato chiuso al pubblico, misura che le autorità del Califfato jihadista prendono solo in occasione della morte di una figura di spicco dell’organizzazione.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), una ONG con sede a Londra, dà invece per certa la morte di “un miliziano britannico” ucciso in un raid con altri quattro jihadisti, ma senza riportare la sua identità.

Le fonti ufficiali si mantengono comprensibilmente prudenti. “Stiamo verificando gli esiti di questo raid”, ha detto in una conferenza stampa il Segretario di Stato USA John Kerry. Nessun dettaglio sulla sorte di Emwazi nemmeno dal premier britannico David Cameron, che però ha ricordato che il raid è stato organizzato in modo congiunto da USA e Regno Unito.

Mohammed Emwazi è nato nel 1988 in Kuwait, ma si è trasferito a Londra con tutta la famiglia quando aveva sei anni. Irreperibile dal 2012, è ricomparso ad agosto 2014 in Siria, dopo essersi arruolato nell’ISIS: è lui a decapitare il giornalista USA James Foley, prigioniero dei jihadisti.

Da allora è comparso in altri video pubblicati dal Califfato, sempre vestito di nero, armato di coltello e con un passamontagna a coprire il viso. La sua conoscenza perfetta dell’inglese lo aveva reso l’interprete ideale per i proclami rivolti all’occidente dai jihadisti.

Le sue generalità – già note agli inquirenti – sono state diffuse dai giornali britannici lo scorso inverno. Da allora i media hanno pubblicato una profusione di dettagli sul suo passato, tra cui la condanna senza appello della sua conversione al terrorismo da parte del padre, tornato nel frattempo a vivere in Kuwait.

“Abbiamo contenuto l’ISIS”, ha affermato ieri il presidente degli USA Barack Obama in un’intervista all’ABC. “Non stanno guadagnando terreno in Iraq”. “Quello che non siamo riusciti a fare – prosegue il Presidente – è decapitare il loro vertice”. Ieri i peshmerga, le forze armate della regione autonoma curda nel nord dell’Iraq – interdetta per legge all’esercito regolare di Baghdad – hanno strappato Sinjar ai miliziani del Califfato. L’anno scorso, la città era stata teatro del massacro di migliaia di Yazidi, appartenenti a una setta che i jihadisti ritengono eretica.

Filippo M. Ragusa

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