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Istat, crescono le differenze tra gruppi sociali

Gli italiani sono sempre più vecchi, si aggravano le differenze tra gruppi sociali e il sistema di welfare mostra la corda: sono alcune delle conclusioni contenute nel 25° Rapporto annuale della situazione del Paese, presentato oggi alla Camera dei Deputati dall’Istat.

Il rapporto ha diviso le famiglie residenti in Italia in nove gruppi sociali, in base alla condivisione delle risorse economiche disponibili, associata ad altre componenti come quella culturale (titolo di studio) e quella socio-demografica (cittadinanza, dimensioni del nucleo, aspetti demografici del Comune di residenza).

Tre gruppi si possono considerare ad alto reddito: famiglie di impiegati (4,6 milioni di famiglie, per 12,2 milioni di persone), “pensioni d’argento” (2,4 milioni di famiglie, 5,2 milioni di persone) e “classe dirigente” (1,8 milioni di nuclei, 4,6 milioni di individui). Nella fascia dei redditi medi, che nell’insieme si riduce, ci sono i giovani blue collar (2,9 milioni di famiglie, 6,2 mln individui) e soprattutto le famiglie degli operai in pensione, il gruppo più numeroso: 5,8 mln famiglie con 10,5 milioni di individui. Quattro gruppi sono considerati a basso reddito: anziani soli e giovani disoccupati (3,5 mln nuclei, 5,4 mln individui), famiglie tradizionali della provincia (il gruppo più piccolo: meno di un milione di nuclei, 3,6 mln individui), famiglie a basso reddito composte da soli italiani (1,9 mln nuclei, 8,3 mln individui) o che comprendono uno o più stranieri (1,8 mln nuclei, 4,7 mln individui).

La spesa mensile per i consumi va dai 1.697 euro delle famiglie più povere (basso reddito con stranieri) ai 3.810 delle più ricche (“classe dirigente”).

“La disuguaglianza sociale – spiega il rapporto – non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi”.

La crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse.

Sopravvivono le annose differenze territoriali: le famiglie meno agiate sono più numerose al Sud che al Centro-Nord, a eccezione di quelle a basso reddito con stranieri, che vivono più spesso al Nord per scelte dovute al lavoro e minori legami territoriali.

Quanto alle condizioni materiali di vita in Italia, i due fenomeni demografici che emergono con più chiarezza sono l’invecchiamento della popolazione e l’immigrazione. Tre gruppi su nove – “pensioni d’argento”, anziani soli e giovani disoccupati, operai in pensione – sono composte per almeno il 40% da persone anziane, e nel 2016 si è registrato un nuovo minimo storico nelle nascite, ferme a 474 mila. Le donne hanno in media 1,34 figli (1,95 per le straniere, 1,27 per le italiane), e il saldo demografico naturale è a -189 mila: è stato più basso solo nel 2015.

Il 1° gennaio gli individui oltre i 65 anni di età in Italia erano il 22%, il valore più alto in tutta la UE e uno dei più alti al mondo. Abbiamo superato la Germania, in testa alla classifica per anni. In totale gli over 65 sono 13,5 milioni; fra di loro anche 4,1 milioni di ultraottantenni.

I giovani, invece, rimandano sempre più l’uscita dal nucleo familiare. Anche allargando la fascia d’età dai 15 ai 34 anni, oltre il 68% vive ancora con i genitori, per un totale di 8,6 milioni di individui.

Va meglio per quanto riguarda lo stato di salute percepito, al netto degli effetti dell’invecchiamento. Il 67,7% della popolazione si dichiara in condizioni “buone”, quasi tre punti in più del 64,8% del 2009. Ma l’accesso ai servizi sanitari non migliora: il 6,5% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato nell’ultimo anno a una visita medica specialistica perché troppo cara, soprattutto al Sud. Nel 2008 era il 4%. E le disuguaglianze seguono le linee dei nove gruppi: si dichiara in buona salute soprattutto la classe dirigente (quasi il 75% dei membri), nel gruppo più svantaggiato – gli anziani soli e i giovani disoccupati – quella percentuale scende al 60,5%, e bisogna ricordare che comprende anche una consistente percentuale di giovani.

Lo stesso discorso vale per il rischio di povertà o esclusione sociale: tra i cittadini italiani è al 26,3%, nelle famiglie con stranieri è quasi doppio, al 49,5%, per una media del 28,7%.

Scende il tasso di disoccupazione (dall’11,9% all’11,7%), per il secondo anno consecutivo (nella UE per il terzo), ma il calo si concentra al Nord; al Sud e nelle isole, anzi, il tasso è cresciuto fino al 19,6%. Cresce il numero assoluto degli occupati: 22,8 milioni, 293 mila in più del 2015 (+1,3%), ma ancora 333 mila meno del 2008, prima della crisi. E il tasso di occupazione – aumentando in piena media UE – è ancora al 57,2%, uno dei più bassi in Europa, soprattutto fra le donne.

Non hanno alcun reddito da lavoro circa 3,6 milioni di famiglie, che vivono grazie a rendite, affitti o aiuti sociali. Sono il 13,9% del totale, anche qui con una diffusione maggiore al Sud (22,2%). Nel 2008 erano 3,17 milioni.

Gli stranieri sono poco più di 5 milioni, per lo più insediati al Centro-nord. Sono appena cinquemila più dell’anno scorso, non tanto perché se ne siano trasferiti di meno in Italia, ma perché un numero maggiore di chi già ci viveva ha ottenuto la cittadinanza: nel 2015 sono stati 178 mila. Le comunità più rappresentate sono ancora i cittadini della Romania (23%), dell’Albania (9,3%) e del Marocco (8,7%).

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