Junun

Junun: un film di musica e amore folle per l’India

Jodhpur, Rajasthan (India), febbraio 2015. Un obiettivo inquadra con discrezione un gruppo di musicisti seduti in cerchio, immersi in una luce abbagliante, in un salone affrescato del quattrocentesco palazzo di Mehrangarh.

L’attesa è densa, nessuno parla e lo spettatore può approfittarne per studiare le facce degli interpreti. Con un po’ di fortuna, o sapendo dove guardare, si riconosce Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radiohead, qui alle prese con un basso. Chitarra e posto d’onore spettano invece a Shye Ben Tzur, cantante e compositore israeliano rimasto folgorato sulla via del Qawwali, la musica che nella tradizione islamica del subcontinente indiano accompagna la ricerca mistica del divino. Con loro suonano i Rajasthan Express, un ensemble di dodici musicisti indiani

Comincia così Junun, il primo documentario a portare la firma di Paul Thomas Anderson, ieri alla Festa del cinema di Roma dopo essere stato presentato in anteprima al New York Film Festival. Al centro del film c’è la collaborazione fra Greenwood e Ben Tzur, con l’indispensabile contributo di Nigel Godrich, lo storico produttore dei Radiohead. Il frutto delle loro fatiche è distillato in un album che uscirà in tutto il mondo a novembre.

Prima incursione di Anderson nel campo del documentario, Junun è il quarto atto della collaborazione con Greenwood, già autore tre colonne sonore di altissimo livello – Il petroliere, The Master e Vizio di forma – snobbate dall’Academy in virtù di cavilli del regolamento. Qui, però, il rapporto si è invertito: non è più il musicista a comporre musica intorno al film, ma il regista a fare da testimone dell’esperienza musicale.

Il titolo tradotto vuol dire “follia d’amore”. La parola, di origine araba, richiama il mito di Layla e Majnun, archetipo dell’amante talmente rapito dal sentimento da perdere il senno e la propria stessa identità (Majnun vuol dire semplicemente “folle”). La storia, più antica dell’invenzione della scrittura, è stata adottata dai Sufi come esempio dell’annullamento di sé e del sacrificio propri dell’amore mistico.

Il lavoro del regista è tutto all’insegna di un religioso rispetto: per la cultura straniera dell’India, per gli aspetti sacrali del Qawwali, e per il lavoro dei musicisti. Dimenticate il protagonismo dei Beatles nel ritiro spirituale del Maharishi Mahesh Yogi e il taglio narrativo di Buena Vista Social Club, il documentario con cui Wim Wenders dichiarò il suo amore per la musica di Cuba. Qui Anderson ha scelto di non raccontare nulla che possa mostrare, e non concede niente allo spettacolo: si parla meno possibile, si evitano come la peste le interviste a mezzobusto e si lascia alla musica il ruolo di voce narrante.

Dalla sapienza di autori e interpreti scaturisce una world music secolare e attualissima, di chiara matrice indiana, ma affascinante e perfino orecchiabile per il pubblico europeo, che fonde il canto tradizionale Qawwali con una sezione di ottoni e occidentalissime chitarre elettriche.

L’approccio minimalista di Anderson fa il resto, immergendo gli spettatori in un’atmosfera in cui la musica è solo una delle colonne, per quanto portante; e quando si ferma, lascia spazio all’atmosfera della condivisione e della divertita curiosità che accompagna l’incontro di persone provenienti da mondi tanto lontani. E allora può capitare anche che una sezione piuttosto lunga del documentario – che di per sé dura meno di un’ora – possa essere dedicata al duello tra Godrich e un piccione. Può capitare che il canto degli uccelli finisca sul disco, che il regista provi a imitare il loro volo usando macchine da presa montate su droni, e che tutto questo, miracolosamente, finisca per aumentare il senso d’immersione e di meraviglia del pubblico.

Nel complesso, Junun è un film in cui si suona tutto e tutto suona bene, un resoconto di un’esperienza in cui la musica racconta atmosfere e sensazioni su uno sfondo che passa da scorci di insospettabile intimità al chiasso e all’esplosione di colori.

L’uscita del film nelle sale italiane non è ancora in calendario, ma per gli appassionati italiani che non hanno modo di spingersi fino a Roma per le repliche c’è ancora una speranza: fino al 9 novembre, il film è disponibile in streaming in esclusiva su Mubi.com, il sito – candidato a diventare la controparte d’essai di Netflix – che propone un cartellone di trenta titoli d’autore in continua rotazione.

Filippo M. Ragusa

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