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L’aria che respiriamo in casa? Ricca di muffe e batteri

Si ha l’abitudine di mettere da parte riviste, inserti, articoli di giornale da rileggere con calma un domani, oppure l’hobby di collezionare oggetti, gadget, sorprese nei pacchetti di merendine da stipare poi nei pochi angoli di casa ancora liberi? Male, malissimo. Perché non è mai buona l’aria che tira nelle abitazioni ‘sommerse’.

Passi per la mancanza del gradevole profumo di bucato, bisogna sapere però che laddove c’è caos, sporcizia e cattivo odore ci sono ‘ospiti invisibili’ che si accasano volentieri e si riproducono fertilmente. Sono batteri e muffe ai quali per sistemarsi basta solo qualche milionesimo di metro.

Ovviamente nella disamina non finiscono tutti gli appartamenti incondizionatamente. Solo un certo tipo, le abitazioni degli accumulatori, persone affette da un disturbo che li porta a seppellirsi di oggetti e/o animali, nell’incapacità di disfarsene. E’ proprio in questi ambienti soffocati che animaletti, impercettibili all’occhio umano, trovano il loro regno ideale. Ognuno di noi, anche nel più sano degli ambienti, ne ha una certa quantità per ‘coinquilini’, ma fra i collezionisti compulsivi de ‘la qualunque’ si può arrivare anche a una carica batterica totale di 13.000 unità formanti colonia per metro cubo.

Chi si è divertito a misurarli in alcune case di Milano è Luciano Di Nunno, 34 anni, studente lavoratore fresco di laurea, con  “una passione per la medicina cresciuta anche grazie agli anni di volontariato con la Croce Rossa”. Ha scelto di svolgere il tirocinio pratico negli uffici del Servizio di igiene pubblica dell’Agenzia di tutela della salute della sua città e da marzo a ottobre, coadiuvato da un tutor tecnico della prevenzione, ha campionato l’aria di 20 dei 71 appartamenti ( in quelli scartati non si poteva arrivare alle finestre tanto era l’ingombro) individuati come luoghi ad alta densità di accumulo compulsivo: 6 di questi appartenenti ad uomini con età media 64 anni, gli altri 14 a donne più giovani (età media 56 anni).  Il 55% possedeva almeno un animale. I casi sono stati divisi in accumulatori seriali di oggetti, accumulatori di animali e accumulatori ‘misti’. La situazione di questi ultimi è risultata la più compromessa dal punto di vista microbiologico. In pratica, con il suo lavoro Di Nunno ha scoperto che fino al 75% delle case di accumulatori la concentrazione di batteri nell’aria supera, in alcuni casi di molto, quella rilevata in media negli appartamenti vicini, in analoghe condizioni.

Per il campionamento dell’aria è stato utilizzato il “’Surface Air System‘, strumento portatile simile a una torcia con dei forellini all’estremità per convogliare l’aria sulle piastre di laboratorio che è stato messo a disposizione dall’università Statale. Per ogni appartamento sono stati effettuati 4 prelievi: 2 per misurare la carica batterica totale, con incubazione a 22° C per i livelli di microrganismi ambientali e a 37° per microrganismi che potrebbero adattarsi all’uomo con pericoli per la salute; un’altra piastra è stata usata per la ricerca della carica micetica (muffe, funghi), e l’ultima per la ricerca di enterobatteri. Si è poi tentato di completare il quadro raccogliendo informazioni sullo stato di salute degli accumulatori, che però “tendono a negare problematiche talvolta evidenti”. Risultato: sui microrganismi ambientali il valore record rilevato è stato di 13.000 unità formanti colonia per metro cubo ed è quello di un accumulatore mix, una donna di 45 anni sommersa di oggetti in un monolocale condiviso con 2 cani e 5 tartarughe d’acqua. Per i microbi che potrebbero adattarsi all’uomo il valore massimo è stato di 1.005 unità formanti colonia per metro cubo, registrato per un caso di accumulatore misto, un uomo di 56 anni che vive in un appartamento grande con un cane. Inaspettatamente, invece, gli accumulatori di animali solo di rado hanno riportato valori superiori alla mediana di controllo in ognuna delle 4 misurazioni.

Ma Di Nunno ha fatto di più che sondare l’aria: si è posto il problema di applicare, per la prima volta in Italia, un metodo standardizzato e oggettivo per documentare e classificare i casi di accumulo, adottando una scala di valutazione del degrado domestico (Eccs) validata da un team di scienziati australiani. Lo studente ha anche perfezionato questo strumento, introducendo dei fattori correttivi, per una valutazione più completa, alle 10 voce originarie (accessibilità ridotta; accumulo di oggetti; di rifiuti; pulizia di pavimenti e tappeti; di pareti e superfici di mobili; di bagno e toilette; di cucina e tracce di cibo; di zona notte; presenza di odori e presenza di parassiti). “Abbiamo preso in considerazione anche la superficie libera calpestabile e il rapporto tra numero di animali e superficie libera”, spiega. E sulla base di questa valutazione, ben 16 case su 20 hanno riportato un punteggio superiore alla soglia di degrado. Nella maggior parte delle situazioni, per ottenere il risanamento igienico degli appartamenti sono stati adottati atti amministrativi che vanno dalla proposta d’ordinanza a 30 giorni nei casi meno gravi a quella contingibile e urgente nei casi a elevata gravità. E poi la segnalazione del caso ai servizi sociali e a tutti gli enti preposti al sostegno della persona.

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