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Londra ferita s’interroga sui Khalid Masood

Khalid Masood, l’autore dell’attentato a Londra di mercoledì scorso, era una vecchia conoscenza dell’intelligence britannica ed era già stato ospite delle carceri del Regno Unito.

Sono queste le prime conclusioni delle indagini sull’attentato. Intanto la polizia indaga sui suoi spostamenti e sui suoi contatti a Birmingham, dove viveva e dove ha preso a noleggio l’auto che ha lanciato sui pedoni sul ponte di Westminster. Con i due arresti di stanotte, il totale delle persone fermate nell’ambito delle indagini è salito a dieci: nove detenuti, uno scarcerato su cauzione.

Masood era nato 52 anni fa nel Kent con il nome di Adrian Elms, poi diventato Adrian Russell Ajao quando fu adottato legalmente dal nuovo marito di sua madre. Era diventato musulmano e aveva cambiato nome in prigione, dov’era finito a più riprese dagli anni ’80 per una serie di reati contro l’ordine pubblico. Nessun’accusa di terrorismo, fa sapere la polizia, ma era stato arrestato per aggressione, lesioni, detenzione di armi. L’ultimo arresto risaliva al 2003, per possesso di un coltello. Da quando era uscito, però, proiettava un’immagine di sé del tutto diversa: si era stabilito a Birmingham, nel quartiere di Quayside, con una donna più giovane da cui aveva avuto un bambino che andava a scuola, e i vicini lo credevano un bravo padre di famiglia.

Secondo la premier Theresa May, Scotland Yard sapeva delle simpatie estremiste di Masood, ma lo considerava un “elemento marginale”. “Non era sotto indagine”, fa sapere la polizia, e dall’intelligence non era arrivato nessun segnale che potesse avere intenzione di colpire. Nel messaggio di rivendicazione pubblicato dall’ISIS, invece, viene definito un “soldato dello Stato islamico”.

È vero che i jihadisti più volte hanno messo il cappello su atti di terrorismo compiuti da individui indipendenti, che non avevano ricevuto alcun ordine. Ma l’etichetta di “lupi solitari” si applica con qualche difficoltà. Un attentatore del tutto isolato è “l’eccezione, più che la regola”: lo spiega a The Independent Jean-Marc Rickli, un esperto di politiche di sicurezza che collabora con il King’s College di Londra e il Centre for Security Policy di Ginevra. Scavando nella storia e nelle frequentazioni degli autori degli attentati in Europa, spesso si trovano contatti con la rete del jihadismo internazionale, per quanto indiretti o marginali, spesso mediati da amici o parenti. I veri e propri leader dell’ISIS lo sanno, e confidano nella capacità dei “lupi” di colpire obiettivi oltre le effettive capacità del gruppo. Marchiare questi attacchi con la propria sigla, oltretutto, contribuisce a creare il mito di un ISIS potentissimo e inafferrabile, in una vera e propria strategia di marketing del terrore.

Bisognerà capire come tutto questo discorso si applichi a Masood. Le indagini di Scotland Yard per ora si concentrano su “capire il suo movente, la sua preparazione e i suoi fiancheggiatori”, ha detto il numero due della Metropolitan Police, Mark Rowley. “Siamo determinati a scoprire se ha agito completamente da solo, ispirato da propaganda terrorista, o se altri lo hanno incoraggiato, sostenuto o diretto”.

Per ora si sa che l’auto usata nell’attentato, un SUV Hyundai, è stata presa a noleggio in un’agenzia della compagnia Enterprise a Birmingham. Lo ha confermato la stessa agenzia, che sta collaborando con le indagini. Secondo BBC, Masood avrebbe detto loro di essere un insegnante. Prima di andare a Londra l’uomo è passato per Brighton, dove ha passato la sua ultima notte in albergo. Si è presentato con il suo vero nome, e come al solito si è comportato in modo affabile e spiritoso.

La polizia segue con particolare attenzione i suoi contatti a Birmingham: la seconda città del Regno Unito, metropoli industriale colpita duramente dalle trasformazioni dell’economia, ospita la più grande comunità musulmana del Paese, e all’interno della comunità si nascondono gruppi eversivi che lo Stato ha difficoltà a contrastare.

Nelle ultime ore la polizia, come si accennava, ha compiuto altri due arresti che il commissario Rowley ha definito “importanti”: uno nella zona di Birmingham, l’altro a West Didsbury, una zona residenziale elegante alla periferia di Manchester.

Intanto a Londra si è aggravato il bilancio dell’attentato. Durante la notte è morto uno dei due feriti che i medici ritenevano in condizioni disperate. Si chiamava Leslie Rhodes, aveva 75 anni ed era nato a Londra. Con lui le vittime salgono a quattro, cinque contando anche l’attentatore.

Nel frattempo la città, dopo la giornata di lutto, prova a tornare alla normalità. “Non abbiamo paura e non ci faremo intimidire”, ha detto la premier May a Westminster. L’attentato voleva colpire tutte le “persone libere”, ha continuato; ma “sappiamo che la democrazia e i valori che rappresenta prevarranno sempre”. E come antidoto al terrore ha proposto l’antica ricetta del business as usual: “Milioni di gesti di normalità sono la migliore risposta al terrorismo”.

Condivide l’approccio della May il primo cittadino di Londra Sadiq Khan. Ieri sera il sindaco ha guidato la fiaccolata ecumenica di Trafalgar Square, una dimostrazione di come “cristiani, ebrei, musulmani, sikh, buddisti e indù” possano reagire alla tragedia uniti, invece che divisi dagli steccati confessionali. È questa la Londra che ha eletto Khan, il suo primo sindaco musulmano: una città “libera, vivace e vincente” che i terroristi “odiano” proprio in quanto tale.

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