Made in Italy: agro alimentare preda degli stranieri

Un altro pezzo del nostro Made in Italy più qualificante e qualificato, il prestigioso marchio Loro Piana,  parlerà la lingua francese nelle mani, per l’80%, del gruppo Lvmh, ma non dimentichiamo che anche il sua rivale Ppr di Francois-Henry Pinault controlla brand come Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi.

Anche nel settore agroalimentare abbiamo perso nel tempo pezzi importanti. Il colpo più grosso i francesi lo hanno messo a segno nel 2011 con la Lactalis che si è assicurata il controllo di Parmalat dopo avere acquisito in precedenza Galbani,  Locatelli e Invernizzi.

Se nella moda gli emiri del Qatar si sono assicurati lo scorso anno lo storico marchio Valentino, assieme alla licenza Missoni, nel settore vitivinicolo quest’ anno un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong, ha acquistato per la prima volta un’ azienda vitivinicola agricola nel Chianti, terra simbolo della Toscana per la produzione di vino: l’ azienda agricola Casanova – La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero.
Ma questa è solo l’ultima pedina mossa da giocatori stranieri su uno scacchiere internazionale che ci vede al centro della partita. Nel 2003 hanno cambiato bandiera anche la birra Peroni, passata all’ azienda sudafricana SABMiller, mentre negli anni Novanta era stata la San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlé e la Stock ad essere venduta alla tedesca Eckes A.G per poi essere acquisita nel 2007 dagli americani della Oaktree Capital Management. Lo stesso grande gruppo multinazionale Nestlé (fonte Coldiretti) possedeva già dal 1993 il marchio Antica gelateria del Corso e addirittura dal 1988 la Buitoni e la Perugina. Come si vede, la svendita di alcuni nostri gioielli  caserecci è iniziata un quarto di secolo fa.

E’ reale il crollo dei consumi interni, ma quando si parla di agroalimentare italiano  con i suoi 249 prodotti tipici a denominazione di origine controllata (dop e ig dop sappiamo anche che si tratta di un  settore che fa segnare ottimi risultati nelle esportazioni, grazie all’ immagine conquistata nel tempo, con un fatturato grazie anche al primato in Europa e nel mondo per la sicurezza alimentare (con il minor numero di prodotti con residui chimici oltre lo 0,3%, il limite consentito, peraltro cinque volte inferiore rispetto alla media europea e addirittura di 26 volte relativamente a quelli extracomunitari) che ci aiuta ancora a tare a galla.

“Il passaggio di proprietà nell’ alimentare – evidenzia il presidente di Coldiretti, Sergio Marini – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’ importare materie prime dall’ estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo step è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’ estero. Un processo di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.

Dobbiamo quindi fare di tutto per non perdere, se possibile, altri pezzi di questa straordinaria Italia che il mondo ci invidia:  l’ Italia del buon cibo che affonda le sue radici nella tradizione e, come ricorda Coldiretti,” ci permette di detenere i  primati della qualità e della sicurezza, della biodiversità e della sostenibilità ambientale”.

 

 

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