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Marino va via. Resta la politica del malaffare

Sono servite ventisei firme e le dimissioni in massa di tutti i consiglieri comunali del Pd per chiudere lo psicodramma che Ignazio Marino poteva risparmiare a se stesso e alla città di Roma.

L’uscita penosa dell’ex sindaco dal proscenio politico, a causa di una delegittimazione sancita dal suo stesso partito, si lascia dietro uno strascico di polemiche, accuse e code giudiziarie che non fanno presagire niente di buono.

I problemi di una città allo sbando restano tutti in piedi e non si possono attendere chissà quali svolte da un commissario prefettizio che, in attesa di nuove elezioni, non potrà che gestire l’ordinaria amministrazione di un’area metropolitana alle prese con magagne vecchie e nuove e, soprattutto, con un tessuto connettivo politico, sociale e amministrativo minato profondamente alle sue fondamenta.

Marino è stato costretto a lasciare dopo che per due anni e mezzo i problemi ereditati dalla vecchia giunta Alemanno invece di risolversi si sono aggravati ulteriormente, grazie a scelte che alla lunga non hanno creato quelle condizioni di svolta che molti, soprattutto la città, si attendevano.

Una cosa però va detta a chiare lettere. Marino paga per i tanti errori commessi e, soprattutto, per le conseguenze di un carattere con forti connotazioni emotive e schizofreniche che non gli hanno fatto vedere il vicolo cieco in cui si era cacciato. Un vicolo cieco dal quale pretendeva di uscire ricorrendo a bugie e ricostruzioni imbarazzanti, tendenti tutte a nascondere il vuoto del suo operato fatto di imbrogli mediatici e fuffa, tanta fuffa condita da comportamenti personali che il premier Renzi e l’intero Pd cittadino, con alla testa Matteo Orfini, avevano l’obbligo di fermare per tempo.

Non aver bloccato il sindaco ha provocato quella che l’Osservatore Romano ha definito giustamente “una farsa”. Un giudizio feroce che ricade tutto sulle spalle del partito democratico, che dalla querelle Marino esce con le ossa rotte. Sicuramente la sconterà in termini elettorali la prossima primavera, quando a prendere il timone della città sarà, con ogni probabilità, il Movimento 5 stelle, l’unica forza politica, oggi, fuori dal pantano nauseabondo di una classe dirigente che negli ultimi trent’anni ha letteralmente massacrato la Città Eterna.

Torniamo a Marino: pensando di dare una immagine nuova della politica, nascondendo verità tremende anche a quel poco di consenso che pure gli aveva dato la possibilità di ritrovarsi alla guida del Campidoglio, il professor Ignazio si è rivelato un autentico imbroglio.

In effetti era un sindaco morto prima ancora di governare. Il “marziano” del Pd era stato eletto grazie ai soldi e ai voti del signor Buzzi il padrone di quel “mondo di mezzo” che era, ed è, il cemento di Mafia capitale. Marino, appena insediato, si è fatto imporre dal Pd e dai centri di potere cittadino personaggi sputtanati e sputtananti che di lì a poco sarebbero finiti sotto inchiesta o nelle patrie galere, rendendo debole e traballante una giunta che pure doveva rappresentare “il nuovo”. Loro, infatti, erano la continuità con il passato balordo e corrotto della città, loro erano e dovevano continuare a rappresentare la garanzia di sopravvivenza di un sistema fatto di corruzione, tangenti e voto di scambio.

Un gioco al massacro che Marino conosceva benissimo e dove il Pd romano, insieme agli amici consociati del centrodestra, rappresentava una preoccupante e inconfessabile cpersistenza delle condizioni di favoritismi già esistenti.

A fare il resto poi è bastato lui, l’uomo che diceva di voler sconfiggere la corruzione riportando a Roma ordine e legalità. Abbiamo visto come è finita: Marino ha dovuto perfino abdicare accompagnato da scandali e rinvii a giudizio per peculato e corruzione. La sua onestà umana e politica si è fermata davanti a viaggi e scontrini fasulli. A farla da padrone, lo storno e lo spreco di denaro pubblico condito tra l’altro da vigliacchi e penosi tentativi di scaricare su altri, responsabilità proprie.

Detto questo, bisogna aggiungere ancora che tutti i partiti, da quelli di centrodestra al Pd, una volta volato lo straccio di Ignazio Marino, cercheranno di far dimenticare al più presto le loro responsabilità in questa che si è materializzata come un’autentica tragedia per la città. Ora sta ai romani alzare la testa e la guardia per presentare il conto alla politica dei fallimenti e del malaffare. A cominciare dalle prossime consultazioni politiche. Ma per questo c’è ancora tempo.

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