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Mastandrea e la sua felicità al Torino Film Festival

E’ un momento di particolare fulgore per l’attore Valerio Mastandrea, che, in attesa di vedere il film da lui prodotto, Non essere cattivo di Caligari, agli Oscar 2016, si tiene impegnato con il Torino Film Festival sia come presidente della giuria che come interprete di uno dei film fuori concorso, La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi.

La felicità è un sistema complesso uscirà nelle sale giovedì 26 novembre. Oggi regista e interpreti lo presentano in anteprima al Torino Film Festival, sotto gli occhi di spettatori e soprattutto di critici piuttosto attenti e raffinati. Perché questo festival del cinema, se da un lato si rivolge ad un pubblico molto variegato proponendo numerose sezioni di taglio profondamente diverso, dalle opere di giovani registi, all’horror, al documentario, dalla fantascienza, al cinema d’autore, dall’altro offre titoli adatti a spettatori sofisticati che cercano e apprezzano un genere di cinema per molti aspetti ricercato e studiato. Il film di Zanasi tenta di intraprendere questa strada ma purtroppo fallisce e si perde in una storia articolata, ricca di materiale narrativo ma in definitiva poco concludente.

A cominciare dal titolo, il film lascia presagire un argomento di grande interesse, uno di quelli che si potrebbero dire universalmente validi per la maggior parte delle opere cinematografiche: l’inesauribile tema della felicità. Spiegata, raccontata, descritta e ricercata in infiniti modi, la felicità resta un discorso sempre aperto e, appunto, assai complesso. Per le aspettativa che il titolo crea, il film si propone come un progetto ambizioso che di fatto ha richiesto ben sette anni di impegno professionale da parte del regista. Tuttavia il risultato lascia delusi.

Per tutta la durata dei 117 minuti del film ci si chiede quando e in che modo il discorso sulla felicità comincerà a svilupparsi, ma il momento non arriva mai. E questo non perché la storia sia eccessivamente triste o pesante o drammatica, ma semplicemente perché non è la felicità, ricercata, perduta, trovata o compresa, il concetto che sta alla base del film. La storia infatti ruota tutta intorno agli eventi che accadono al protagonista, Enrico Giusti, interpretato da un interessantissimo Valerio Mastandrea, in un momento di particolare cambiamento della sua vita.

Enrico ha uno strano lavoro: convince alti dirigenti di grandi aziende ad abbandonare la propria carica prima che questi facciano fallire le società per cui lavorano a causa della loro incompetenza o per la loro dissolutezza. Per portare a termine la sua missione diventa amico di questi personaggi, li lascia parlare e li ascolta e alla fine sono essi stessi a convincersi da soli ad andare via prima che tutto sia distrutto. Eppure, nonostante il successo che egli ottiene nel proprio particolarissimo mestiere, percepisce che qualcosa non va nella sua vita. Così l’improvvisa irruzione in casa sua della fidanzata straniera abbandonata da suo fratello più piccolo mette in difficoltà il sistema di equilibri in cui Enrico vive e molte cose cominciano a cambiare. Intanto un’auto cade nel lago e Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori; Enrico viene quindi chiamato per impedire che i due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il suo caso più facile, ma in realtà l’intera situazione lo porta a mettersi in discussione e a rivedere le sue scelte sia professionali che personali.

E’ un gran bene che il ruolo del protagonista sia stato interpretato da Valerio Mastandrea, perché in realtà, nonostante le tante strade che la narrazione intraprende, tutto in questo film resta insoluto, irrisolto, e se non fosse per la ricchezza e complessità che l’attore romano riesce ad infondere al suo personaggio, la storia in se stessa deluderebbe profondamente. Il film, attraverso i diversi personaggi che lo compongono, intraprende in effetti una buona quantità di discorsi: l’amore visto come forte spinta al cambiamento, l’etica del lavoro, l’inumana spietatezza che a volte assume il sistema economico, il valore dell’amicizia e il difficile confronto tra padre e figlio. Ma nessuno di questi trova una soluzione vera, una conclusione che offra allo spettatore un punto di vista al di là della semplice rappresentazione del caso.

E’ vero che Enrico è inizialmente mosso dal desiderio di migliorare la vita degli altri e scopre invece nel corso della storia che per farlo è indispensabile che prima riesca ad affrontare alcune questioni irrisolte della proprio vissuto personale. Tuttavia la sostanza del cambiamento di questo personaggio sfugge, mentre più di tutto si fa apprezzare la bella ironia con cui il protagonista riesce a gestire la vita anche nelle situazioni più difficili.

Nel presentare il film Valerio Mastandrea definisce l’opera di Zanasi come “un cinema senza grammatica”. E forse sarebbe per questo film sarebbe più appropriato dire che “la vita è un  sistema complesso ed imprevedibile che non va preso troppo sul serio”. Che sia questa la vera chiave della felicità?

Vania Amitrano

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