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Migranti, Germania: “Ne accoglieremo mezzo milione l’anno”

La frattura nella UE sulla questione dei migranti si fa più profonda di giorno in giorno. Mentre il governo tedesco annuncia di poter accogliere mezzo milione di profughi ogni anno, il premier ungherese Viktor Orban preme l’acceleratore sulla costruzione della barriera ai confini con la Serbia, che nelle sue intenzioni servirebbe a tenere i migranti fuori dai confini.

Nel frattempo, oggi la Commissione UE presenterà al parlamento di Strasburgo il nuovo piano di ridistribuzione dei profughi.

Per il governo di Berlino oggi ha parlato il vicecancelliere Sigmar Gabriel. “Penso che possiamo farcela certamente con 500 mila persone, per alcuni anni”, ha dichiarato il vice di Angela Merkel.

La Germania, come ha spiegato Gabriel, ha intenzione di farsi carico di “una quota sovra-proporzionale” dei migranti in arrivo in Europa “perché siamo un Paese forte dal punto di vista economico, su questo non c’è alcun dubbio”. Ciò non toglie che l’accoglienza sia una responsabilità di tutta l’Europa, non solo degli Stati più ricchi: “La politica europea deve cambiare”, e le decisioni devono essere prese in modo più rapido ed efficiente.

“Grecia e Italia non possono accogliere da sole tutti i profughi che arrivano sulle coste”, ha ribadito Angela Merkel. Su questo argomento è arrivato anche il commento del ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti: “Oggi l’Europa ha un nuovo approccio al problema dell’immigrazione, ma in questo anno e mezzo l’Italia, lasciata sola, è stata un esempio per tutti”.

Intanto, di fronte al Bundestag, il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha affermato che l’emergenza migranti è una priorità, che deve essere superata prima possibile e che il governo vorrebbe riuscirci senza contrarre nuovi debiti. D’altra parte, il lavoro compiuto negli anni scorsi per risanare le finanze dello stato consente oggi di “agire in modo adeguato davanti a questa grande sfida”, cioè di fornire “un’opportunità” ai rifugiati, posti di lavoro per gli adulti e un’istruzione per i bambini.

A favore dell’accoglienza si sono dichiarati anche Stati extraeuropei come il Brasile e il Cile. Desta qualche perplessità in più l’appoggio promesso dal presidente del Venezuela Nicolas Maduro, che sostiene che il suo Paese sia in grado di accogliere “ventimila siriani” – lo stesso numero proposto per il suo Paese dal premier britannico David Cameron – nonostante un’economia che rischia il default, messa alle corde dal calo del prezzo del petrolio.

Anche il premier australiano Tony Abbott ha promesso di accogliere “un numero significativo” di siriani, ma le opposizioni – e decine di migliaia di cittadini, che hanno organizzato fiaccolate nelle principali città – gli contestano di non aver voluto alzare la quota di domande d’asilo che il governo intende accettare.

Anche i governi contrari, però, hanno alzato la posta. Oggi, sul quotidiano ungherese Magyar Idok, il premier Orban ha annunciato che aumenterà il numero di operai impiegati nella costruzione della barriera ai confini con la Serbia, che vorrebbe completare entro il 15 settembre. L’avanzamento insufficiente dei lavori è costato le dimissioni al ministro della Difesa Csaba Hende, sostituito con Istvan Simicsko, il responsabile per lo Sport.

Intanto a Roszke, a pochi metri dal confine serbo, dove sorge un centro d’identificazione provvisorio, un gruppo di migranti si è scontrato con la polizia in assetto antisommossa che presidiava l’area. Gli stranieri che hanno preso parte allo scontro, alcune centinaia, aspettavano da ore l’arrivo degli autobus che li avrebbero dovuti trasferire altrove. All’inizio sono riusciti a sfondare le linee della polizia e hanno tentato la fuga a piedi lungo l’autostrada che porta a Budapest, ma molti di loro sono stati bloccati e riportati al punto di partenza.

Nel campo le proteste sono continue e le ONG che lavorano a contatto con i migranti sono preoccupate dalle condizioni igieniche e sanitarie: si sospetta che sia attivo un focolaio di tubercolosi.

Un altro Stato compreso fra i contrari, la Danimarca, ha adottato una strategia diversa. Stamattina, quattro quotidiani libanesi – tre in arabo, l’altro in inglese – hanno pubblicato annunci che descrivono le restrizioni e gli ostacoli burocratici che i richiedenti asilo incontrano nello Stato nordeuropeo.

“La Danimarca ha deciso di restringere le regole sui rifugiati in alcune aree”, si legge. Ad esempio, il permesso di soggiorno temporaneo non dà diritto al ricongiungimento familiare per tutto il primo anno, e quello permanente è riservato a chi dimostra di saper parlare danese.

Il Libano, circa quattro milioni di abitanti, ospita oltre un milione di persone in fuga dal conflitto siriano, responsabilità che condivide con Giordania e Turchia.

Secondo Michael Moeller, capo dell’ufficio ONU di Ginevra, i profughi ospitati in questi tre Stati sono quattro milioni. Tutti pronti a partire per l’Europa, sostiene Moeller, se la comunità internazionale non fornirà aiuti a sufficienza.

Non è la prima volta che si mette il fenomeno delle migrazioni in relazione con le sue cause remote, come le guerre e gli atti terroristici in Medio Oriente. Ancora ieri, il presidente francese François Hollande ha suggerito che l’aviazione di Parigi potrebbe partecipare ai prossimi raid contro l’ISIS in Siria. La sua presa di posizione, come quella simile del Regno Unito, non convince però gli altri governi europei. Il sospetto è che le dichiarazioni di Hollande siano state concepite più che altro per risollevare la sua popolarità sul fronte interno, che in questo periodo, come ha mostrato un sondaggio pubblicato da Le Figaro, è ai minimi storici: sorpassato da Marine Le Pen, dal neogollista Alain Juppé e anche dal suo predecessore Nicolas Sarkozy, il presidente in carica, se si votasse oggi, non arriverebbe nemmeno al ballottaggio.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha preso le distanze già ieri sera, mentre oggi ad esprimersi contro le dichiarazioni inglesi e francesi è stato Sigmar Gabriel, per nulla convinto che il ruolo degli Stati europei sia “intervenire in questo conflitto con mezzi militari”.

L’inviato speciale dell’ONU Staffan de Mistura, da parte sua, ha accusato le diplomazie europee di usare i colloqui del working group come un alibi per non fare di più. Ad esempio, in fatto di aiuti economici, “finora è stato versato solo il 31% di quanto promesso dalla comunità internazionale”, denuncia il diplomatico italo-svedese. Di questo passo “l’unico ad avanzare sarà l’ISIS”, e “i siriani continueranno a fuggire a decine di migliaia”.

“Se i quattro paesi che hanno influenza si parlano, Stati Uniti e Russia, ma soprattutto Iran e Arabia Saudita, il conflitto può essere risolto in un mese”, afferma de Mistura.

F.M.R.

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