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Monica Bellucci e la Festa del Cinema di Roma

E’ la giornata di Monica Bellucci alla Festa del Cinema di Roma. Attesa e benvenuta, l’attrice bella e sempre più elegante presenta oggi il suo ultimo film Ville Marie del canadese Guy Edoin. Ma la vera rivelazione è quella del danese Land of mine di Martin Zandvliet, un film duro ma intenso, dai lineamenti profondamente poetici.

Ha lasciato per un attimo Spectre, XXIV film della serie 007, in cui interpreta il ruolo di una bella vedova italiana, per portare alla Festa del Cinema di Roma Ville Marie. Una produzione assai piccola se confrontata a quella di James Bond, ma all’attrice non interessa e dice: “Quando sono davanti alla cinepresa qualunque sia la produzione per me non cambia nulla“. In Ville Marie Monica Bellucci interpreta il ruolo di un’attrice di successo, Sophie Bernard, la cui vita e i cui dolori di donna, attrice e madre  si intrecciano casualmente a quelli di altri personaggi, compiendo un piccolo percorso personale. “Mi interessano le collisioni fortuite tra le persone che portano al superamento del dolore” spiega il regista Guy Edoin alla stampa. Incroci di vite e dolore, sono questi in effetti i temi del film. Ogni personaggio è presentato con il proprio di bagaglio di sofferenze irrisolte e attraverso l’incontro casuale delle loro vite nell’ospedale di Montreal, appunto Ville Marie, riusciranno a trovare le risorse interiori per risollevarsi.

Monica Bellucci è rimasta immediatamente affascinata dal personaggio di Sophie, una donna che, nonostante il suo aspetto da diva, porta con sé la sua sofferenza dipinta negli occhi e che solo attraverso il dolore per l’incidente del figlio riuscirà a trovare la forza di compiere il suo cambiamento. Simbolicamente verso la fine del film infatti Sophie si toglie il trucco e gli abiti di scena che coprono come una maschera le sue fragilità, si rivela nel suo aspetto reale e trova il coraggio di affrontare il suo ruolo di madre nonostante gli errori commessi.

Tuttavia Ville Marie non convince pienamente. Il clima di attesa di un desiderato oblio appesantisce tutta la parte iniziale del film senza che niente, nemmeno la trovata del film girato nel film, omaggio al cinema melò degli anni ’50, riesca a lenire la cupa atmosfera di sospensione. I tanti spunti offerti nel corso del film si perdono divenendo quasi inutili e solo nel finale Ville Marie riesce a dare un senso ad una narrazione lenta e faticosa che si trascina per buona parte del film.

Di tutt’altro genere è invece Land of mine. In questo caso si parla di guerra, di vincitori e di vinti, di odio e di perdono. Un film che giunge inaspettato sia per il tema che per la provenienza. Narra una porzione della storia del dopoguerra poco conosciuta persino nel paese, la Danimarca, dove gli eventi descritti avvennero. Nei giorni che seguirono la resa della Germania nazista nel maggio del 1945, i prigionieri di guerra tedeschi furono impiegati dal governo danese per bonificare le spiagge della costa dalle mine che l’esercito nazista aveva piazzato durante la guerra per difendere il territorio da un eventuale attacco della gran Bretagna. Tuttavia perlopiù furono inviati i ragazzi che la milizia nazionale nazista aveva arruolato sul finire della guerra. Inesperti e ancora giovanissimi molti soldati tedeschi persero la vita in questa operazione a causa delle mine e della fame. “Un film” spiega il produttore Mikael Rieksm “che tratta una storia complessa poco raccontata ma importante, soprattutto se si considera che ancora oggi sono circa 12000 nel mondo le vittime civili delle mine“. “Ci interessava molto” aggiunge Guglielmo Marchetti, presidente di Notorius Pictures, “l’idea di proporre un film che parlasse di giovani, di guerra e di capacità di perdonare. Temi importanti soprattutto per i ragazzi dei nostri giorni“.

Vania Amitrano

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