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Muslim ban, Trump verso la resa dei conti

La Corte d’appello USA deciderà “in settimana” sul Muslim ban, il controverso decreto del presidente Donald Trump che blocca alla frontiera i cittadini musulmani di sette Stati. Lo ha dichiarato alla stampa la stessa Corte federale d’appello di San Francisco.

Ieri pomeriggio, mentre in Italia era notte, si è svolta la prima udienza del processo di secondo grado. È stato il dipartimento di Giustizia a fare domanda d’appello contro la decisione di bloccare l’applicazione del decreto: a prenderla in primo grado era stato il giudice James Robart, che ha accolto la richiesta dei legali di due dei 50 Stati, Minnesota e Washington.

L’udienza è stata trasmessa in streaming e seguita da migliaia di persone. August Flentje, il legale del dipartimento di Giustizia, ha sostenuto che il blocco è “chiaramente costituzionale”: si tratta solo di una “pausa temporanea” e negli Stati interessati – Iraq, Iran, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen – c’è una “presenza significativa di terroristi”. Flentje ha detto di sostenere che le decisioni del presidente su queste materie non debbano essere riviste da altri organi dello Stato. Ma non ha convinto i tre giudici quando questi gli hanno ricordato che i controlli alle frontiere erano già molto severi sotto Barack Obama, e quindi gli hanno chiesto a cosa servisse il decreto di Trump.

I legali di Washington e Minnesota hanno chiesto alla Corte di valutare anche le dichiarazioni contro i musulmani fatte dal presidente in campagna elettorale.

Trump, nel frattempo, è tornato a commentare il decreto e ha suggerito che potrebbe difenderlo lungo tutto l’iter giudiziario che arriva fino alla Corte Suprema. “Lo porteremo avanti”, promette il presidente, perché “è molto importante per il Paese”. Il blocco – che riguarda tutti i cittadini di Iraq, Iran, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen, compresi quelli che hanno i documenti in regola per entrare negli USA o per viverci – sarebbe un pilastro dell’intero sistema di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump.

Intanto, però, altri 16 Stati – sui 50 che compongono gli USA – hanno sottoscritto una dichiarazione che condanna il bando e sostiene il ricorso presentato da Minnesota e Washington. Nella lista ci sono anche “pesi massimi” – e feudi democratici – come la California e lo Stato di New York.

Accanto a loro le iniziative si moltiplicano: a condannare il “Muslim ban” sono la Silicon Valley, il mondo accademico e anche una decina di ex segretari di Stato ed ex responsabili dell’intelligence.

In termini legali, la corte di San Francisco deve decidere se Trump ha ecceduto nella sua autorità e se ha violato il primo emendamento della Costituzione, che tutela fra le altre la libertà religiosa, e la legge vigente sull’immigrazione. Ma se i giudici gli daranno torto, il verdetto avrà anche importantissime ripercussioni sul piano politico. Respingere il decreto finirebbe per certificare che Trump ignora – consciamente o no, e non è chiaro quale sia il minore dei due mali – i limiti stabiliti dalla legge alla sua libertà d’azione.

La possibilità di finire davanti alla Corte Suprema introduce un’altra variabile. In questo momento, i membri del massimo tribunale USA sono solo otto: il Senato deve ancora approvare la nomina di Neil Gorsuch per coprire la nona poltrona, rimasta libera l’anno scorso per la morte di Antonin Scalia. E non è detto che la fumata bianca arrivi in tempo: per sostituire Scalia, Obama aveva indicato Merrick Garland, ma si è dovuto arrendere all’ostruzionismo dei repubblicani, e alcuni democratici si sono detti determinati a rendere loro la pariglia.

Fino a quando Gorsuch resterà nel limbo del Senato, nella Corte continueranno a sedere quattro giudici di tendenze progressiste e altrettanti conservatori, e in caso di pareggio la sentenza della Corte d’appello non potrà essere rovesciata. Inoltre Anthony Kennedy, considerato un altro dei conservatori (è stato nominato da Ronald Reagan), spesso ha votato con i progressisti su questioni legate alla razza e alla religione. Per questo a Trump potrebbe non bastare nemmeno Gorsuch.

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