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Pechino blinda lo Yuan e affonda le Borse: il mistero del Pil dragone

Il lunedì nero dei mercati asiatici contagia anche quelli europei, che oggi hanno subito il crollo peggiore dal 2011. È Atene a registrare l’indice più basso con -3,48%. Seguono Milano con -2,93% (anche se in mattinata si era sfiorato -4% e con molti titoli sospesi per eccesso di ribasso), Francoforte con -2,85, Parigi con -2,83 e Londra con un calo del 2,77%.

Una tempesta che arriva da lontano. Il crollo dello Shanghai Composite index,l’indice del mercato azionario che prende in considerazione tutte le azioni che vengono scambiate alla borsa di Shangai, ha azzerato tutti i guadagni registrati dall’inizio del 2015. L’SSE Composite index ha registrato questa notte un crollo del 8,5%, per poi chiudere a -7,3%. Ma le fluttuazioni del mercato registrate in Cina avevano già cominciato ad allarmare gli investitori da diversi mesi. A soffrire sono in primo luogo i settori maggiormente legati all’economia cinese, ossia beni di lusso,  auto (-5,1%), materi prime (-7,3%), energia (-6,2%), ma anche le banche, che subiscono una contrazione del 5%. Una caduta dei listini di queste proporzioni non si registrava dal 2007. Pechino intanto, segna la crescita più bassa dagli anni Novanta, fermando l’espansione della propria economia al 7%, una crescita comunque importante ma che ora rischia di avere contraccolpi poderosi sui corsi delle valute.

Il governo cinese, secondo valutazioni degli analisti finanziari di tutto il mondo starebbe pilotando una svalutazione dello Yuan evitando in questo modo che la moneta di Pechino possa diventare valuta sovrana, bene rifugio per altre monete in difficoltà. In altre parole il governo comunista vuole sì la crescita ma a tassi più contenuti e con una moneta sotto controllo piuttosto che supervalutata. Scelta quest’ultima che non farebbe che penalizzare la bilancia commerciale e dei pagamenti del governo di Pechino.

Il mistero del Pil dragone. Quest’anno il pil cinese si era fermato a un “modesto” +7% ma  il dato potrebbe essere stato gonfiato dalle autorità cinesi, per cercare di mascherare una contrattura dell’economia nazionale. All’inizio di agosto infatti, l’indice manifatturiero cinese (il China Manufacturing Purchasing Managers, pubblicato dalla rivista Caixin) era sceso a 47,1 ai minimi da due anni. Anzi, secondo l’agenzia Moody’s, una delle maggiori agenzie di rating insieme alla Standard & Poor’s il rallentamento dell’economia cinese proseguirà con un Pil del 6,8% per quest’anno, un 6,5% per il 2016 e un 6% atteso per fine decennio. A confermare questa teoria la decisione del governo cinese di svalutare lo Yuan, mossa compiuta abitualmente dai governi al fine di sostenere i prodotti nazionali sul mercato estero. Quel che è certo è che il regime di Xi Jijping ha compiuto un evidente mutamento di rotta rispetto ai mesi precedenti, quando incentivava i risparmiatori ad investire nella borsa cinese, tanto da far intendere agli osservatori internazionali un possibile intervento dello Stato sul mercato azionario. Intervento che, per adesso, non sembra essere nelle intenzioni del governo di Pechino.

Intanto crolla anche il prezzo del Petrolio, sceso oggi a 45 dollari al barile, il prezzo più basso dal 2009 (anche se in Italia il prezzo della benzina non sembra scendere di conseguenza). La causa, la decisione dell’Iran di aumentare la produzione dell’oro nero nonostante l’abbondanza del bene sul mercato. Conseguenze anche per lo Spread italiano, che arriva a 138 punti base.

P.M.

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