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Petrolio ISIS, Erdogan contrattacca: “Va in Russia”

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan respinge al mittente le accuse di comprare petrolio dall’ISIS, che gli erano state mosse dal suo omologo russo Vladimir Putin.

Oggi Putin ha parlato della Turchia nel tradizionale discorso di fine anno trasmesso alla nazione dal Cremlino. Il presidente ha promesso che la Turchia “si pentirà più volte” di aver abbattuto lo scorso 24 novembre un caccia russo accusato di aver sconfinato.

“Se qualcuno pensa che la reazioni della Russia saranno limitate alle sanzioni commerciali, si sbaglia di grosso”, ha detto il presidente. Tornando sull’ipotesi che la contraerea abbia sparato per difendere traffici di petrolio con l’ISIS, Putin ha ricordato che “qualsiasi business criminale sanguinario è inammissibile”.

Per ora la Turchia deve incassare lo stop del Turkish Stream, il gasdotto che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo passando proprio per la penisola anatolica. L’annuncio è stato dato alla fine del discorso del presidente dal ministro per l’Energia Aleksandr Novak. Resta invece aperta la questione sull’assistenza tecnica russa nella costruzione della prima centrale nucleare turca, fortemente voluta dal governo Erdogan. E non sembra casuale nemmeno che il consigliere del Cremlino Vladimir Kozhin abbia dato proprio stamattina l’annuncio della fornitura all’Iran di sistemi di difesa antiaerea S-300.

È probabile che anche delle sanzioni si parli nel pomeriggio a Belgrado, dov’è in corso la 22esima conferenza dei ministri degli Esteri degli stati OSCE. Il ministro degli esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu ha infatti accettato di incontrare il suo collega di Mosca Sergej Lavrov.

L’abbattimento dell’aereo, che ha provocato la morte di uno dei due piloti e poi del pilota di un elicottero impegnato nelle ricerche del superstite, è stato secondo Putin un “terribile atto di guerra”. Il presidente tuttavia ha precisato di non ritenerne responsabile il popolo turco, ma solo la “cricca” di governo, accusata di aver “perso il senno”: “Forse solo Allah sa perché l’hanno fatto”. In Turchia, sostiene il presidente, la Russia può ancora contare su “tanti amici affidabili”.

Per passare al contrattacco, Erdogan ha scelto la stessa cornice, il monologo trasmesso in diretta in tutta la Turchia, e la stessa arma. “La Turchia ha le prove del coinvolgimento della Russia nel traffico di petrolio del sedicente Stato islamico – ha detto – e le riveleremo al mondo”. Ciò che rende la controversia “immorale”, prosegue Erdogan, è “tirare in ballo la mia famiglia”: ieri i russi avevano accusato personalmente lui, suo figlio Bilal e il genero Berat Albayrak, marito di sua figlia Esra e da circa due settimane ministro per l’Energia.

Il discorso di Putin aveva toccato anche il tema della lotta all’ISIS. Secondo Putin, l’ascesa dei jihadisti sarebbe stata propiziata dall’intervento di stati che hanno “cacciato i regimi sfavorevoli imponendo rozzamente le proprie regole: in tre lettere gli USA, anche se il presidente si è ben guardato dal nominarli. “Una nazione da sola – ha proseguito – non può sconfiggere il terrorismo internazionale, soprattutto se i confini internazionali sono praticamente aperti, il mondo assiste a una nuova migrazione di persone e i terroristi si giovano di costante flusso finanziario”.

Per sconfiggere il califfato jihadista, allora, occorre “lasciare da parte tutte le differenze e creare un unico e potente fronte antiterrorista che agisca in base al diritto internazionale e sotto l’egida dell’ONU”, alzando la posta rispetto alla ricetta USA che prevede la partecipazione degli alleati arabi e della NATO. Concetti ripetuti oggi a Belgrado dal ministro degli Esteri Lavrov, che ha evocato un fronte comune come quello fatto contro la Germania nazista.

La Gran Bretagna, intanto, ha risposto all’appello del Segretario di Stato USA John Kerry, che aveva invitato gli alleati NATO ad aumentare lo “sforzo militare” contro l’ISIS. Ieri sera la Camera dei Comuni ha accolto la proposta del premier David Cameron di partecipare ai bombardamenti aerei in territorio siriano alla fine di una seduta-fiume.

Ha vinto dunque la linea di Cameron. Il primo ministro temeva una riedizione della clamorosa bocciatura subita a Westminster nel 2013, quando però l’ISIS era considerato ancora una minaccia locale e il nemico da bombardare era il regime di Bashar al-Assad. A rendere più amara la sconfitta del capo dell’opposizione Jeremy Corbyn, pacifista di lungo corso, è stato il voto controcorrente di almeno 50 deputati laburisti su 232, molti più dei 12 conservatori contrari alla linea di Cameron.

Secondo Sky News, i primi cacciabombardieri inglesi sono decollati alle prime luci dell’alba da Akrotiri, una delle due basi militari che il Regno Unito mantiene sull’isola di Cipro.

Filippo M. Ragusa

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