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Poletti: a 28 anni non serve laurea con lode

“Meglio un 97 a 21 anni che un 110 e lode a 28”. E’ il consiglio spassionato e sincero di chi con i problemi del lavoro ha a che fare tutti i giorni. Ai giovani servono spunti sempre nuovi per stimolare il dibattito. Bisogna dire che dai tempi del ministro Tommaso Padoa Schioppa, quello dei ‘bamboccioni’, in poi diversi si sono prodigati in ‘consigli per gli acquisti’ in materia di occupazione.

Sul limite massimo d’età, 28 anni, per conseguire un titolo di studio universitario s’era pronunciato Michel Martone, viceministro del Lavoro e numero due della Fornero nel 2012, quando ci imposero il governo dei tecnici capitanato dal signor Mario Monti: “Hai 28 anni e non ti sei ancora laureato? Allora sei uno sfigato”, fu l’uscita pubblica di Martone. Allora ci fu una condanna unanime, soprattutto per la terminologia utilizzata. Anche se il concetto non era poi sbagliato.

Oggi ci riprova Giuliano Poletti,  diploma di perito agrario, dirigente d’azienda ed ex presidente nazionale della Legacoop, ora ministro del governo Renzi per il lavoro e le politiche sociali.

“Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”.  Incontrando gli studenti universitari al salone ‘Job&Orienta’ della Fiera di Verona ha messo in chiaro che il mercato del lavoro non aspetta sempre chi si laurea a 30 anni. E l’affermazione, che ha tra l’altro ricordato l’antipatico “choosy” (schizzinosi) con cui ministro Elsa Fornero aveva etichettato i ragazzi italiani, ha subito scatenato reazioni e polemiche sui social.
“Lui aveva risolto così il problema: non s’è laureato” scrive qualcuno su Twitter. Ma c’e anche chi lo ha difeso l’uscita a gamba tesa dicendo che “è di moda insultare i potenti di turno, e spesso se lo meritano, ma penso che #Poletti abbia detto una cosa oggettivamente vera” .
Perchè è meglio laurearsi con 97 a 21 anni? Perchè così, ha aggiunto Poletti, “un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare”. “In Italia – ha sottolineato – abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo”. “Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più – ha insistito il ministro – si butta via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente”. Il voto è importante solo perché fotografa un piccolo pezzo di quello che siamo; bisogna che rovesciamo radicalmente questo criterio, ci vuole un cambio di cultura”.
E a proposito di cambi culturali, Poletti, dialogando con gli studenti delle superiori, ha cercato di sfatare altri ‘miti’.
“La storia secondo cui per 20 anni si studia, per 30 anni si lavora e poi si va in pensione è una storia finita” ha detto.
“La storia secondo cui c’è un posto dove si va a lavorare, la fabbrica, è finita. Il lavoro – ha concluso – non si fa in un posto: il lavoro è un’attività umana, si fa in mille posti”.

Nella classifica dei 34 Paesi più industrializzati del mondo, l’Italia è ultima per numero di giovani laureati. Sarà perché nel nostro Paese il tessuto industriale fatto di piccole e medie imprese appare più restio che altrove ad assorbire i laureati, fatto sta che il vantaggio relativo della laurea ai fini di un impiego si è assottigliato al punto da essersi rovesciato: il tasso di occupazione di chi ha fatto l’università è di un punto percentuale inferiore a chi ha solo il diploma (62% contro il 63%). A questo poi sommiamo il fatto che i nostri studenti non brillano in velocità nel conseguire un titolo di studio universitario:  i laureati di primo livello (3 anni di corso di studi) hanno di media quasi 26 anni, i magistrali a ciclo unico (5 anni) quasi 27, mentre si va ancora su di un punto per i magistrali biennali (3+2). I ragazzi se la prendono comoda e trascorrono, dall’uscita delle scuole superiori, un periodo di circa 9 anni impantanati tra lezioni, facoltà, esami e party universitari, accumulando ben 4 anni di media fuori corso. In questo quadro poco brillante crollano anche gli iscritti all’università e sono solo poco più di un quarto (22%) dei diplomati sceglie di proseguire gli studi, mentre tra gli immatricolati 1 su 6 abbandona al primo anno. Non è solo pigrizia, quella delle generazioni più giovani, ma l’incertezza di trovare un lavoro, anche non ad hoc, una volta conseguito quello che un tempo era ritenuto un titolo di studi prestigioso.

 

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