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Quando un “mariuolo” scatenò Tangentopoli

Cominciò tutto con un “mariuolo”. Al secolo Mario Chiesa, rampante presidente iper-socialista craxiano del Pio istituto Trivulzio di Milano che venticinque anni fa, grazie ad una tangente da sette milioni, scoperchiò il vaso di Pandora ovvero della corruzione eretta a sistema nel nostro Paese. Si apriva la stagione di Tangentopoli.

Con un felicissimo titolo del quotidiano La Repubblica, da anni in prima fila nel denunciare le malefatte della cupola affaristico politico amministrativa che, da decenni, gestiva praticamente ogni tipo di appalti pubblici e privati, dai più insignificanti ai più colossali, l’Italia scopriva quanto profondamente il sistema partitocratico avesse inquinato l’apparato statale e amministrativo del Paese.

Un veleno, quello della corruzione ben descritta da quella “concussione ambientale” rilevata dai magistrati del pool di Mani Pulite coordinati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio, guidati efficacemente dal pm Antonio di Pietro.  Dopo anni di indagini scaturite da clamorose iniziative giornalistiche come lo scandalo delle “lenzuola d’oro” delle “carceri d’oro” dell’assassinio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato Ludovico Ligato, degli appalti truccati al ministero dei Lavori pubblici  e all’Anas, veniva messo a nudo un mondo profondamente marcio dove a comandare su tutto era una cupola politico affaristica pienamente padrona di una società senza più difese immunitarie.

Quell’attacco a fondo della magistratura, partito nel 1989, quando, a Milano, fu istituito il primo nucleo investigativo per perseguire i reati nella pubblica amministrazione, nel giro di tre anni avrebbe portato il Paese ad un redde rationem drammatico sia dal punto di vista politico che istituzionale, decretando così la fine della prima Repubblica che aveva governato l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale.

E con la fine della Repubblica dell’arco costituzionale nata dalla Resistenza finivano nel tritacarne giudiziario “giacobino” bollato erroneamente dagli interessati, perseguiti o finiti in galera, come giustizialismo, tutti i partiti. Democrazia Cristiana e Socialisti in testa. Il Pci, pienamente coinvolto nel sistema di ruberie e tangenti avrebbe pagato solo successivamente il prezzo politico di Tangentopoli ma alla fine, la partitocrazia che non aveva avuto la forza e l’intuizione di capire la portata di quella rivoluzione sociale e di costume era finita sul banco degli imputati. L’Italia infatti era ormai pronta e matura per lasciarsi alle spalle un sistema che aveva penalizzato e zavorrato il Paese  con un prezzo inaccettabile  in termini di deficit pubblico, tangenti, soprusi e ingiustizie.

Cosa è rimasto di quella esperienza che pure tante aspettative di legalità aveva suscitato in milioni di cittadini? Ben poco purtroppo. Lo ammettono i protagonisti di quella stagione. Ma lo confermano le analisi con cui oggi, magistrati, istituti di ricerca e qualche raggruppamento politico che dell’onestà e della correttezza ha deciso di farne una bandiera da tenere alta. La rivolta morale di  allora non ha lasciato eredi e la corruzione come il malaffare, complice la Casta unitamente ad ampi strati delle istituzioni (magistratura compresa) oggi la fanno ancora da padroni.

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