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Roma FilmFest: un “Tir” dopo il “Gra” di Venezia

Ha chiuso in bellezza l’ottava edizione del festival internazionale del cinema, a Roma, con un film tutto italiano che si è aggiudicato il Marc’Aurelio d’oro. Si tratta di “Tir”, che racconta con taglio documentaristico la solitudine di un camionista alla guida della sua vettura attraverso l’Europa. La pellicola è firmata da Alberto Fasulo,  che con orgoglio ed emozione dopo la premiazione dichiara che questo film ” è un atto di coraggio durato cinque anni”.

Si chiama  Branko (Branko Zavrsan) il protagonista di “Tir”, coprodotto con la Croazia. La sua vita si svolge quasi tutta nella sofisticata cabina di un Tir Scania-Saab nella quale l’ex professore croato e uomo colto e triste, ha pensato bene di convertirsi al lavoro di camionista. Per lui lavorare è solo un modo di aiutare la famiglia lontana e il telefono il solo mezzo per parlare con moglie e figlio. Unica colonna sonora del film i rumori della strada, quelli del motore, degli sportelli, i pochi dialoghi con il collega Maki (Marijan Sestak) e le telefonate alla moglie. Conversazioni in cui si ricuciono abitudini, si rappresentano potenziali gelosie, si discute se è giusto dare al loro figlio tutti i loro risparmi per comprare una casa.

Ma in ‘Tir” c’è anche l’angolo esterno dell’autotreno che si trasforma, di volta in volta, in doccia o in cucinino. E poi il lavoro scandito dagli orari obbligati di riposo (un’ora ogni quattro ore e mezzo), il tutto controllato da una sorta di scatola nera che, per guadagnare di più, si cerca di aggirare in tutti i modi. Un mestiere duro, in cui bisogna essere abituati a stare soli e a trovare compagnia solo nelle piccole pause con i colleghi, ma si guadagna bene, almeno tre volte dello stipendio di un professore. E questo conta qualcosa.

‘Tir’, che sarà distribuito da Tucker Film, spiega Fasulo, è un modo per “raccontare questa solitudine, esplorare i limiti di resistenza di una persona che ha compiuto una scelta lavorativa più o meno consapevole e adesso ne paga le conseguenze, vivendola fino in fondo”. Il film “è volutamente al confine tra documentario e finzione. Volevo fare un film sulla realtà che vivevo. Ma “Tir” è anche un film su un paradosso: quello di un lavoro che ti porta a vivere lontano dalle persone care per cui, in fondo, stai lavorando. Il processo di scrittura è durato quattro anni, mentre il metodo è stato solo quello di chiuderci in cabina io e Branko e in quattro mesi fare più di 30.000 chilometri facendo una specie di x sull’Europa”.

 

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