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Russia: “Prove che Erdogan fa affari con ISIS”

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov apre uno spiraglio al dialogo con la Turchia. A Parigi, dove si sta svolgendo la conferenza COP-21 sul clima, Lavrov ha detto di essere disposto – o meglio, “non contrario” – a incontrare il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu a margine del vertice OSCE in programma domani e dopodomani a Belgrado.

In Russia, invece, si torna ad accusare il presidente Recep Tayyip Erdogan, di comprare petrolio dall’ISIS.

A puntare l’indice questa volta non è stato il presidente Vladimir Putin ma il viceministro della Difesa Anatolij Antonov, che ha chiamato in causa direttamente Erdogan “e la sua famiglia”, oltre alle “più alte autorità politiche” di Ankara.

Secondo Antonov, la Turchia è “il consumatore principale di questo petrolio rubato ai legittimi proprietari della Siria e dell’Iraq” dai jihadisti, che ne guadagnano due miliardi di dollari l’anno. Questi fondi, prosegue il viceministro, sarebbero reinvestiti “per arruolare militanti in tutto il mondo, equipaggiandoli con armi e attrezzature militari”.

Questa sarebbe solo una parte degli “orribili crimini commessi dai funzionari turchi”, tra cui il nuovo ministro dell’Energia Berat Albayrak, genero di Erdogan. Altri dettagli, secondo quanto promette Antonov, saranno pubblicati nei prossimi giorni.

Il vice capo di Stato maggiore Sergej Rudskoj, poi, sostiene di aver individuato “tre rotte principali per il trasporto del petrolio verso il territorio turco” che partono nelle zone “controllate dalle formazioni dei banditi”.

In giornata, il governo russo ha ricevuto un’inaspettata sponda sulla questione dal leader dell’opposizione inglese, Jeremy Corbyn. Nel discorso con cui ha chiesto alla Camera dei Comuni di indagare su “quali banche siano coinvolte nel finanziamento allo Stato islamico”, il leader laburista ha dato per assodato che il petrolio esportato dall’ISIS “va a finire in Turchia”.

Nessuno ha il diritto di calunniare”, replica Erdogan da Parigi, nella conferenza stampa in cui fa il punto dei negoziati degli ultimi giorni prima di partire per il Qatar. “Non ho perso i miei valori a tal punto da comprare petrolio da un’organizzazione terroristica”.

È sembrato comunque che il presidente volesse abbassare i toni, come quando ha ricordato ai giornalisti i toni benevoli con cui Putin lo descriveva prima che scoppiasse la crisi diplomatica seguita all’abbattimento del caccia russo al confine turco-siriano. “Le dichiarazioni di Putin su di me sono sempre state sul mio coraggio e la mia audacia”, ha detto il presidente turco. “Aveva anche usato molte parole sulla mia onestà nel governare. Quando ha incontrato Berlusconi e Schroeder – Gerhard Schroeder, l’ex cancelliere federale tedesco – le sue parole sono sempre state in quella direzione”.

Nel merito della questione, secondo quanto sostiene Erdogan, “tutti i paesi” riconoscono le ragioni di Ankara. In ogni caso il problema “va risolto per vie diplomatiche”.

Dal Cremlino non sono arrivati commenti sulla Turchia, mentre il portavoce Dmitri Peskov è stato rapido a condannare il futuro ingresso del Montenegro nella NATO – annunciato stamattina dal Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg – e a promettere “azioni di risposta da parte russa”.

Un altro assist a Putin viene dalla Libia: Abdullah al-Thani – capo del governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale – spera che le forze armate russe intervengano contro l’ISIS anche nel paese nordafricano, e promette che il suo governo è “pronto a coordinare i passi al più alto livello”. Intervistato dalla rete filopresidenziale Sputnik, Thani ribadisce comunque che l’invito non è rivolto solo alla Russia, ma a qualunque stato voglia “fornire sostegno” alla Libia per “riportare la stabilità”.

Sembra, infatti, che l’autoproclamato Califfato abbia scelto di investire il suo capitale militare proprio in Libia: un rapporto presentato ieri al Consiglio di Sicurezza dell’ONU riferisce che i jihadisti hanno fra duemila e tremila uomini, concentrati a Sirte o nei dintorni, e che siano pronti a rifugiarsi proprio nella città che diede i natali a Muammar Gheddafi qualora dovessero essere costretti a ritirarsi dalla Siria e dall’Iraq. E vista la mobilitazione generale seguita agli attentati di Parigi, l’ipotesi non appare più tanto peregrina. Oggi Francia e Germania hanno chiesto formalmente alla Turchia di poter usare per i loro bombardamenti la base militare di Incirlik, alla periferia di Adana, già aperta ai velivoli USA.

In Libia – prosegue il documento – l’ISIS è solo una delle fazioni in campo, e incontra “forte resistenza nella popolazione e difficoltà a costruire e mantenere alleanze locali”. Per far fronte a questi problemi, però, può mettere in campo la notorietà che le deriva dalle sue operazioni in Medio Oriente. Per questo, si conclude, va considerata “una minaccia evidente nel breve e nel lungo termine”.

Filippo M. Ragusa

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