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Russiagate, Donald jr: “Mio padre non sapeva”

Donald Trump non sapeva niente dell’incontro fra suo figlio Donald jr e l’avvocata russa Natalia Veselnitskaja. A sostenerlo è lo stesso figlio del presidente USA, in un’intervista a Fox News. La tesi è la stessa già sostenuta dai legali del presidente.

La scena della telenovela del Russiagate sembra essersi spostata stabilmente in casa Trump, fra scoop e ritrattazioni. Ieri Donald jr ha pubblicato su Twitter le email con cui ha organizzato l’incontro con la Veselnitskaja. Qualche minuto dopo ha fatto la stessa cosa il New York Times, che lo aveva avvertito della pubblicazione imminente per chiedergli un commento.

Come è noto ormai da qualche giorno, la Veselnitskaja sosteneva di poter fornire a Trump jr materiale compromettente da usare contro Hillary Clinton, allora rivale di suo padre alle presidenziali USA.

Nello scambio di email si legge nero su bianco, ed è la prima volta, che la famiglia dell’allora candidato repubblicano sapeva del “sostegno della Russia e del suo governo per Trump”. A scriverlo a Donald jr era un ex socio della famiglia, l’ex giornalista inglese Rob Goldstone.

Secondo alcuni commentatori quella frase è la “pistola fumante”, la prova inequivocabile che inchioderebbe i Trump. A Washington si usano sempre più spesso parole come “impeachment”,“falsa testimonianza”, addirittura “tradimento”. Di certo gli inquirenti stanno setacciando quelle poche righe di testo per spremere tutto il materiale utile a ricostruire la verità.

Il presidente Trump, che ha sempre sostenuto di non sapere niente (almeno in questo non ha mai contraddetto altri esponenti del suo entourage), ha affidato il suo commento alla vice portavoce Sarah Huckabee Sanders: “Mio figlio è una persona di alta qualità, plaudo alla sua trasparenza”. Ai giornalisti che le chiedevano se quell’email potesse provare eventuali reati commessi dai Trump, la vice portavoce ha risposto di credere “che quelle parole siano ridicole”. Donald jr è “una grande persona che ama il suo Paese”, ha poi scritto il padre su Twitter, annunciando che dirà la sua in un’intervista in tv all’anchor conservatore Sean Hannity.

A raccontare al NYT dell’incontro fra Trump jr e Veselnitskaja sono stati tre consulenti della Casa Bianca e altri due testimoni. Secondo i loro racconti, l’episodio incriminato è avvenuto il 9 giugno 2016 alla Trump Tower di New York. Trump senior aveva appena vinto le primarie del partito repubblicano USA. Allora i suoi figli maggiori, Donald jr ed Eric, collaboravano ancora con il suo comitato elettorale. Dopo l’elezione del padre alla Casa Bianca hanno smesso di lavorare nell’amministrazione per gestire le aziende di famiglia, mentre la sorella Ivanka Trump è rimasta a dare man forte al padre.

All’incontro erano presenti anche Jared Kushner – il marito di Ivanka, tuttora un influentissimo consigliere della Casa Bianca – e l’allora capo del comitato elettorale, Paul Manafort. Entrambi sono già sotto indagine per presunti legami con la Russia che hanno negato finché non sono stati scoperti dalla stampa. Kushner a dicembre scorso – prima, cioè, che il suocero si insediasse come presidente – ha trattato con l’ambasciatore russo, Sergej Kisljak, l’apertura di un canale di comunicazione sicuro e segreto fra la Casa Bianca e il Cremlino. Mentre Manafort si è dovuto dimettere dal comitato elettorale di Trump quando è stato rivelato che per anni ha ricevuto finanziamenti dal principale partito filorusso dell’Ucraina.

La pubblicazione delle email e la successiva intervista – concessa non a caso a Fox, un canale amico dell’amministrazione Trump – sono arrivate dopo che il figlio del presidente aveva già cambiato versione due volte, in due distinti comunicati stampa, da quando il New York Times aveva fatto il suo nome in relazione al Russiagate, lo scorso fine settimana.

Secondo il primo comunicato, l’incontro con la Veselnitskaja sarebbe servito soltanto a riaprire la discussione su una controversa legge sulle adozioni internazionali tra Russia e USA, e non avrebbe interessato in alcun modo la campagna elettorale. Poi, però, il New York Times ha pubblicato nuovi dettagli sull’episodio, rivelando che l’avvocata aveva sostenuto di avere materiale che avrebbe potuto screditare la Clinton agli occhi degli elettori. A quel punto Trump jr ha diffuso un secondo comunicato stampa più dettagliato, nel quale ha ammesso di aver parlato della candidata democratica.

“Le sue affermazioni erano vaghe, ambigue e prive di senso”, scrive Trump. “Non fu fornito né tantomeno offerto alcun dettaglio o informazione a supporto. Si rese rapidamente chiaro che non aveva alcuna informazione significativa”. Poi la Veselnitskaja avrebbe “cambiato discorso” e iniziato a parlare della questione delle adozioni. “A quel punto mi fu chiaro che fin dall’inizio la vera priorità era questa”, continua il figlio del presidente, e che l’avvocata aveva finto di avere “informazioni potenzialmente utili” solo come “pretesto per l’incontro”, che si concluse di lì a poco con nessun effetto concreto.

Tra l’altro, Trump jr aveva sostenuto di non aver conosciuto l’identità della sua interlocutrice fino al momento dell’incontro e di aver coinvolto Kushner e Manafort di sua spontanea iniziativa. Il testo dell’email – dove non compaiono i nomi né dei due responsabili del comitato elettorale, né dell’avvocata russa – sembra confermare la sua ricostruzione. Ma tra il primo e il secondo comunicato sono cambiati vari dettagli, troppi per non sospettare che ne possano cambiare altri. Un fatto incontrovertibile è che il figlio dell’allora candidato repubblicano non ha informato l’FBI di quanto accaduto il 9 giugno. C’è un precedente risalente al 2000, cioè alle combattutissime presidenziali nelle quali si sceglieva il successore di Bill Clinton. Il candidato democratico Al Gore – vice di Clinton per otto anni – ricevette in forma anonima tutti i documenti di preparazione ai dibattiti in tv del repubblicano George W. Bush, ma ne avvertì immediatamente l’FBI.

F.M.R.

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