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Salva banche, l’evidenza del dramma nel disastro Banca Etruria

L’evidenza della drammaticità dei risvolti legati al salvataggio di Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara, e l’eclatante posizione del governo, che ha operato con scelte da lacrime e sangue per i risparmiatori italiani, rei di aver investito in obbligazioni che l’Ue ha definito “strumenti non adatti”, non basta a spostare l’attenzione da una domanda lampante: come è stato possibile arrivare fino a questo punto?

Lecito chiederselo. Soprattutto quando poi si apprende che Banca Etruria, al momento della verifica condotta dagli esperti della Vigilanza di Banca d’Italia, nel febbraio scorso, era tecnicamente fallita.

Già nel 2012, i rilievi di palazzo Koch avevano evidenziato forti criticità tanto da produrre una sanzione ai vertici dell’Istituto da ben 2 milioni e mezzo di euro nel settembre del 2014, che però non scongiurò le pesanti perdite di esercizio alla fine proprio dello scorso anno che andò ad azzerare, di fatto, il patrimonio della banca aretina.

Banca Etruria, come riportato anche dal Sole 24 Ore, si reggeva in una situazione di equilibrio precario. Alle forti perdite di esercizio, si sono aggiunte le svalutazioni dei crediti incagliati da parte di Bankitalia che hanno azzerato un bilancio nel quale erano iscritti proprio i crediti deteriorati accumulati nel tempo e prodotto, quindi, conti che non avrebbero mai avuto basi solide sui quali reggersi.

È però da almeno il 2011 che i crediti malati hanno affossato la banca, tanto che i vertici dell’istituto hanno puntato a far pulizia dei prestiti erogati con leggerezza e che, al netto, quell’anno hanno pesato 1 miliardo di euro.

L’operazione però non è riuscita, tanto che si passa a 1,6 miliardi netti nel 2013; i lordi però sono numeri ancor più alti, tanto che proprio nel 2013 sono arrivati a pesare oltre 2,5 miliardi. Nel 2014 si stimano crediti incagliati che ammontano a oltre 3 miliardi di euro, di cui 2 in piena sofferenza, e che da soli valgono tre volte il capitale complessivo dell’intera banca.

Oltre il 30% del portafoglio è in condizioni di cattiva salute e, per consolidare l’Istituo, i vertici scelgono di acquistare titoli di Stato italiani. Non qualcuno, molti. Tantissimi. In poco tempo Banca Etruria passa dal detenere 2,1 miliardi di euro in Btp ad averne 7. Il triplo del suo valore nel 2013, e un record tra le banche commerciali italiane. Bankitalia interviene chiedendo la dismissione di almeno 2 miliardi di titoli, cosa che consentirebbe di massimizzare i margini e ridurre le perdite che, a dispetto dei volumi degli acquisti, sono amdati aumentando a ritmi vertiginosi.

Nei primi 9 mesi del 2014 infatti, la Banca Etruria fa segnare perdite per 124 milioni. E si arriva al fatidico settembre dello scorso anno, quando viene comminata la sanzione milionaria ai vertici dell’istituto proprio per la gestione del credito.

Un disastro vero e proprio cui, però, gli amministratori – tanti, tra cui siedono anche personaggi molto vicini al Pd oltre che al governo Renzi – sembrano non essere in grado di porre rimedio.

Anzi, contribuiscono a creare gravami sui conti del proprio istituto. Gli ispettori rilevano infatti che ex amministratori e sindaci hanno cumulato 198 posizioni di fido, per una cifra complessiva di 185 milioni. 90 milioni di questi finiscono tra le sofferenze: crediti non più esigibili da chi li ha erogati.

Altre perdite, altro peso per l’istituto salvato dal dl salva banche voluto da Renzi e criticato da Bruxelles.

Non è tutto. Tra 2013 e 2014, in un periodo che, come visto, non ha prodotto risultati positivi per l’istituto aretino, Banca Etruria spende 15 milioni in consulenze, spesso a più professionisti sulla stessa materia; e eroga ai propri vertici qualcosa come 14 milioni di euro. Il tutto mentre la banca andava in rosso per centinaia di milioni.

Il caso è emblematico, soprattutto ripropone molte delle scelte sbagliate che portarono, nel 2008, al collasso del sistema bancario statunitense.

Se l’erogazione del credito garantisce i flussi economici, e i controlli troppo stringenti limitano i meccanismi finanziari di base, le erogazioni facili possono portare al deterioramento di crediti che, sulla larga scala del sistema bancario italiano, pesano tanto da portare a pensare alla creazione di una bad bank nazionale.

La leggerezza, però, con la quale si è gestita la partita oggi viene pagata duramente dalle persone. Da Luigino D’Angelo, il pensionato sessantottenne di Civitavecchia, che si è tolto la vita dopo aver visto sfumare i risparmi di una vita, a Silvia, che con la famiglia ha perso 90mila euro di obbligazioni.

Passando per 35 mila toscani che hanno perso tutto. Una ecatombe economica, generata sulle grandi cifre ma pagata dai piccoli risparmiatori, che arriva in un momento di pesante fragilità finanziaria del paese. Soprattutto, che colpisce chi, ormai fuori dalle possibilità lavorative, si affidava a quei risparmi per avere una tranquillità spazzata via dalla disinvoltura di pochi amministratori.

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