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San Pietroburgo, identificato l’attentatore

L’attentatore di San Pietroburgo sarebbe un cittadino della Russia originario del Kirghizistan e legato ai “miliziani siriani”. Lo hanno riferito gli inquirenti impegnati nelle indagini sull’attentato, che comunque non è stato ancora rivendicato. L’intelligence della repubblica ex sovietica dell’Asia centrale ha confermato la sua nazionalità.

L’uomo è morto nell’esplosione. Non è chiaro se avesse intenzione di commettere un attentato suicida o se invece la sua morte sia stata un incidente di percorso.

Il ministero della Salute russo ha confermato che nell’attentato sono morte 14 persone. Non è chiaro, tuttavia, se la cifra include o no l’attentatore. I feriti sono 49; secondo la ministra della Salute, Veronika Skvortsova, quattro di loro sono in condizioni “critiche”.

Gli inquirenti russi hanno dichiarato di averlo identificato, ma non hanno pubblicato il suo nome. Secondo la stampa inglese, che cita fonti dell’intelligence kirghisa, si chiamava Akbarzhon Jalilov ed era nato a Osh nel 1995. Ma l’ufficio stampa del Comitato per la sicurezza nazionale del Kirghizistan ha affermato di non sapere se Jalilov “sia coinvolto o no nell’attacco terroristico”.

Gli investigatori russi stanno indagando anche su altri due possibili complici dell’attentatore, un ragazzo e una ragazza, anch’essi originari dell’Asia centrale. Potrebbero essere stati loro a innescare la bomba: l’ordigno non è stato attivato da un timer, ma da una telefonata. Questo ha permesso alle autorità, bloccando la rete di telefonia cellulare, di impedire che esplodesse anche il secondo apparecchio esplosivo, ritrovato nella stazione di Ploshchad Vosstanija e disinnescato.

Pur nella tragedia, è stata una fortuna: la seconda bomba – mascherata da estintore – conteneva un chilo di tritolo, tre o quattro volte più della prima, ed era anch’essa piena di chiodi e biglie di metallo che l’esplosione avrebbe scagliato in tutte le direzioni per aumentare il suo potenziale di distruzione.

Le forze di sicurezza hanno potuto agire in modo relativamente rapido perché i servizi segreti russi seguivano le attività della cellula. I terroristi erano sorvegliati “da tempo”, scrive il quotidiano Kommersant, ma gli 007 avevano identificato con certezza solo un militante, ritenuto un elemento “di basso rango” nell’organigramma. È un foreign fighter russo fermato al suo rientro dalla Siria.

A San Pietroburgo sono stati proclamati tre giorni di lutto cittadino. Intanto le cinque linee della metropolitana, che trasportano circa due milioni di passeggeri al giorno , hanno ripreso a funzionare.

Ieri il presidente Vladimir Putin ha deposto un mazzo di fiori sul luogo dell’esplosione. Putin ha ricevuto condoglianze e offerte di solidarietà dai leader di tutto il mondo. Gli ha telefonato nache il presidente USA Donald Trump, che gli ha offerto “il pieno sostegno degli Stati Uniti nel rispondere all’attacco e nel portare i responsabili davanti alla giustizia”. I due capi di Stato hanno concordato, sostiene il Cremlino, nel definire il terrorismo “un male che dev’essere combattuto insieme”. Anche il Consiglio di Sicurezza ONU ha condannato il gesto, definito un atto di “vile terrorismo”.

F.M.R.

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