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Scontro sui vitalizi, M5S: PD ipocrita

Si chiamino vitalizi o contributi di solidarietà, per il M5S il risultato non cambia: sempre di privilegi di casta si tratta. I grillini si scagliano contro la decisione dell’Ufficio di Presidenza della Camera che ieri ha approvato le nuove modalità di versamento a carico degli ex deputati titolari di assegno a vita.  I commessi della Camera hanno rincorso, per bloccarli, i deputati Cinquestelle che si sono fiondati verso l’ingresso dell’ufficio di presidenza tentando un’irruzione.

Per il vice presidente della Camera Luigi Di Maio, la proposta del Partito democratico di agire sui vitalizi pregressi (cioè quelli che non sono interessati dalla riforma Fornero che nel 2011 li ha aboliti) è una “manovra ipocrita, fatta per gettare fumo negli occhi dei cittadini”. 

La proposta del Pd consiste nell’introdurre la modalità contributiva per i parlamentari che risultano titolari di un assegno a vita prima del 2011. In pratica, a partire dal 1 maggio 2017, tutti gli ex deputati e senatori verseranno circa tremila euro l’anno. Nello specifico, il contributo sarà del 10% per i vitalizi da 70mila a 80mila euro, del 20% da 80mila a 90mila euro, del 30% da 90mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100mila euro annui. La proposta, è stato spiegato da fonti parlamentari, porterebbe a regime ad un risparmio di 2,5 milioni all’anno per le casse della Camera.

Tutto questo però altro non è che l’ennesima “supercazzola targata Pd”, ha continuato Di Maio in un video pubblicato online, per spostare l’attenzione dalla proposta per cui il M5S oggi aveva richiesto la discussione in Aula e che intendeva togliere di mezzo anche questo tipo di pensioni privilegiate.

Di fatto, nel 2011, ossia con la Legge Fornero, sotto il Governo Monti, i vitalizi erano stati aboliti ma erano stati sostituiti da pensioni simili a quelle che ricevono i dipendenti pubblici. La grossa novità consisteva nell’introduzione del metodo contributivo: in sostanza, più si versa, più aumenta il volume dell’assegno pensionistico.

Ma c’è comunque una bella differenza tra le pensioni dei cittadini e quelle che già all’epoca della Legge Fornero vennero ribatizzate “pensioni dei senatori”: un parlamentare deve restare in carica per 5 anni effettivi e percepisce la pensione dopo il compimento del 65esimo anno di età. In caso di fine anticipata della legislatura poi, le frazioni di anno contano come un anno intero se sono trascorsi più di sei mesi.

E per i cittadini? Beh, in questo caso valgono regole un po’ diverse. Parlando in linea generale, senza entrare nel caso specifico, per ricevere una pensione di anzianità, un comune lavoratore dipendente può andare in pensione a 60 anni a fronte di almeno 36 anni di contributi. Per ricevere l’assegno di vecchiaia invece, gli anni di contributi diventano almeno 20 ma l’età pensionabile è adeguata alle speranze di vita: ciò significa che, in prospettiva, l’età media che oggi è di 66 anni sarà probabilmente aumentata negli anni a venire, ritardando ancora di più l’uscita del cittadino dal mondo del lavoro e l’ingresso in quello dei pensionati.

Se la presidente della Camera Laura Boldrini non entra nel merito del provvedimento Pd approvato oggi dall’Ufficio di presidenza, e bolla come “inacettabile” il comportamento dei grillini in Aula, il M5S non perde tempo e lancia subito l”hashtag #sitengonoilprivilegio sui sociale per favorire la diffusione di una campagna mediatica e protestare contro i vitalizi e la casta.

La vicepresidente della Camera, Marina Sereni, dopo il voto favorevole dell’Ufficio di presidenza alla delibera ha spiegato che «la proposta del M5S non comportava alcun risparmio e non teneva conto dell’abolizione dei vitalizi parlamentari avvenuta nel 2012». Le stesse critiche sono state fatte dal presidente dell’INPS, Tito Boeri: “Se vogliamo avere dei risparmi significativi, infatti, bisogna intervenire sui vitalizi in essere”.

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