Siria, Ankara è certa: usate armi chimiche

Sale a 72 morti il bilancio dell’attacco con armi chimiche di ieri a Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib, in Siria. Intanto l’aviazione del regime di Bashar al-Assad continua a bombardare le zone occupate dai ribelli nel nordovest del Paese.

“Le prime analisi indicano che è stato un attacco chimico”, dice il ministro della Salute turco, Recep Akdag. “Le invieremo all’Organizzazione mondiale della Sanità”.

Le ambulanze inviate ieri sul luogo dell’attacco hanno portato in Turchia trenta feriti, ora ricoverati a Gaziantep. Altre due persone sono morte in territorio turco. Alle squadre di soccorso a bordo delle ambulanze era stato fornito l’equipaggiamento necessario per trattare gli intossicati dai gas.

Contro l’attacco si è sollevato un coro di polemiche da tutto il mondo. Papa Francesco ha espresso “ferma deplorazione per l’inaccettabile strage” e ha fatto “appello alla coscienza di quanti hanno responsabilità politiche” per fermare la “tragedia” e portare “sollievo a quella cara popolazione, da troppo tempo stremata dalla guerra”.

“Questo è il terzo rapporto sull’uso di queste armi barbare soltanto nell’ultimo mese”, ha detto il Segretario generale NATO Jens Stoltenberg. “Tutti i responsabili devono essere chiamati a risponderne”.

L’uso di armi chimiche, che comprende qualsiasi componente chimico che possa causare la morte o danni permanenti agli esseri umani, è proibito dalla Convenzione sulle armi chimiche che la Siria ha firmato nel 2013. Questa norma internazionale ora deve essere pienamente rispettata e difesa.

Unite nella condanna anche le istituzioni europee. A Strasburgo il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha dichiarato il suo “forte sdegno per l’orribile strage in Siria con armi chimiche”, ma si è detto “fiducioso che l’Europa unita potrà giocare un ruolo importante nel processo di pace”. Da Bruxelles gli ha fatto eco l’Alto commissario UE per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini: le immagini di Khan Sheikhoun “ci ricordano le nostre responsabilità”.

Nella capitale belga oggi si svolge la conferenza internazionale per il sostegno al futuro della Siria, voluta dalla Commissione UE. “Siamo qui per essere uniti per un vero impegno”, ha detto la Mogherini in apertura dei lavori. I tre obiettivi dichiarati della conferenza sono la conferma dell’impegno negli aiuti umanitari, una “forte spinta all’impegno politico” e i primi passi da parte della comunità internazionale verso la ricostruzione.

Il più duro con Assad è probabilmente il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson. “Non ho visto assolutamente nulla che non suggerisca la responsabilità del regime”, ha dichiarato: “Tutte le prove che ho visto suggeriscono che è stato il regime di Assad, nella piena consapevolezza di usare armi illegali in un attacco barbaro contro il suo stesso popolo”. Johnson ha proseguito augurandosi “che i colpevoli paghino un prezzo”, e definendo “appropriata” l’idea di mettere sotto accusa il presidentissimo davanti a un tribunale internazionale. Quello siriano è “un regime barbaro”, ha affermato l’ex sindaco di Londra, “che è impossibile continui ad avere autorità sulla Siria dopo il conflitto”.

Di tutt’altro avviso la Russia, il principale sponsor internazionale degli Assad, padre e figlio, presidenti della Siria dal 1970. Secondo il ministero della Difesa di Mosca, gli agenti chimici che hanno causato la strage provenivano da arsenali dei ribelli colpiti durante il bombardamento. Anche l’esercito di Damasco nega di aver mai usato armi chimiche, “né ora né in passato”.

Intanto da Bruxelles il premier libanese Saad al-Hariri rivolge durissime accuse alla comunità internazionale. “Tutti vengono a Bruxelles per fare le loro dichiarazioni”, afferma, ma “purtroppo nessuno ha le palle per fare qualcosa contro questo regime”. Il Libano, che ospita un milione e mezzo di rifugiati siriani, negli anni della guerra ha speso “18 miliardi di dollari” agendo “per il bene di tutti”. “Ieri abbiamo visto cosa ha fatto il regime, ma il mondo non si deve scioccare, visto che gli lascia fare quello che fa”.

Nel 2012, l’allora presidente USA Barack Obama aveva promesso un intervento in Siria se si fosse superata la “linea rossa” dell’uso di armi chimiche.

Ad agosto 2013, esattamente un anno dopo, risale la strage della Ghouta: nei quartieri alla periferia est di Damasco, allora in mano agli insorti, centinaia di civili furono uccisi in una serie di attacchi con gas sarin – un potente agente nervino – contenuto in missili terra-terra. Le stime delle vittime vanno da circa trecento a quasi duemila. L’organizzazione Medici senza frontiere sostiene di aver curato 3600 persone con sintomi di intossicazione da gas nervino.

L’inchiesta dell’ONU sulla strage della Ghouta non ha trovato prove schiaccianti della colpevolezza del regime di Assad, ma nessun’altra fazione siriana aveva a dispozione così tanto gas tossico così puro in quel momento.

Il sarin è un liquido altamente volatile che blocca la trasmissione degli impulsi nervosi che controllano il movimento dei muscoli della respirazione. Chi lo respira muore di asfissia indotta dalla paralisi muscolare. Esistono antidoti, ma devono essere somministrati entro pochi minuti dall’esposizione ai vapori, e anche chi riesce a sopravvivere rischia danni neurologici permanenti.

Assad riuscì ad evitare l’invasione USA grazie a un accordo concluso fra Washington e Mosca. Il regime siriano accettò di ammettere di possedere di armi chimiche, impegnarsi a eliminarle e sottoscrivere la convenzione del 1997 contro le armi di distruzione di massa, cui il Paese non aveva mai aderito. Nel 2015 l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche annunciò di aver distrutto il 99% dell’arsenale di Damasco, ma diversi Stati diedero voce al dubbio che le quantità dichiarate da Assad non corrispondessero a quelle reali.

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