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Siria: quella guerra mondiale non s’ha da fare

La NATO fa la voce grossa con la Russia sui bombardamenti in Siria. Dopo il vertice dei ministri della Difesa degli stati membri, e mentre il segretario generale Jens Stoltenberg torna ad avvertire il Cremlino, diversi Stati – Italia compresa – stanno mettendo a punto le contromosse con cui reagire all’iniziativa militare voluta da Vladimir Putin, che ha avuto l’effetto innegabile di rimescolare le carte in tavola e ha riportato la crisi siriana al centro dell’attenzione di tutti.

Da Bruxelles, Stoltenberg ha di nuovo accusato Mosca: “Non mira all’ISIS – ha detto l’ex premier norvegese – ma agli altri gruppi, e sostiene il regime di Bashar al-Assad”, suo fedelissimo alleato, che invece l’Alleanza atlantica ritiene indispensabile togliere prima o poi di mezzo per una composizione definitiva della crisi.

Il segretario generale ha minacciato il Cremlino di “dispiegare forze in Turchia, se necessario”, nel caso in cui si ripetessero episodi provocatori come gli sconfinamenti della settimana scorsa nello spazio aereo turco.

Il segretario alla Difesa britannico Michael Fallon, che ha suggerito alla Russia di “smettere di bombardare zone non controllate dall’ISIS” e dare “più sostegno a Stati come Turchia e Giordania”, ha dichiarato che il Regno Unito invierà un centinaio di soldati in più nelle nuove basi NATO allestite nei Paesi baltici.

L’invio di un contingente poco più che simbolico, pensato per fornire una rassicurazione in più agli alleati e una pressione in più su Putin, rischia però di trasformarsi in un autogol strategico. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha subito annunciato una reazione uguale e contraria, “per ristabilire la necessaria parità”.

Più concreta e meno clamorosa è apparsa la reazione del diretto interessato dagli sconfinamenti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il leader dell’AKP si è limitato a promettere ai russi di non comprare più il loro gas e di fare a meno della loro consulenza nella costruzione della prima centrale nucleare di Ankara.

Tutti questi scambi di piacevolezze diplomatiche, però, non devono trarre in inganno: ci vuole ben altro perché le divergenze sulla situazione siriana degenerino in un confronto armato. Men che meno in un “conflitto di portata globale” evocato dal presidente del Consiglio UE Donald Tusk.

“Non è possibile che in una zona periferica come la Siria, con un interesse molto ridotto sia da parte della Russia che degli Stati Uniti, scoppi un conflitto di portata mondiale”, avverte il generale Carlo Jean, presidente del Centro studi di Geopolitica economica. “Anche per un altro semplice motivo: mentre gli Stati Uniti sono molto forti, la Russia è molto debole”.

“Putin fa il bullo – spiega Jean – ma il suo Paese ha un PIL simile a quello dell’Italia e che quest’anno avrà una diminuzione del 4%”. Anche sul piano militare, l’effetto che potranno avere i bombardamenti russi sul terreno è “molto ridotto”: dei 34 aerei impiegati in Siria solo quattro sono in grado di montare bombe guidate di ultima generazione. Un conto è risollevare il morale dell’esercito regolare fedele al regime di Damasco; tutt’altro conto è battere l’ISIS – o qualsiasi altra fazione anti-Assad si voglia colpire – e risolvere la situazione. “La Russia fa da 12 a 18 sortite d’attacco al giorno e gli americani ne han già fatte 7500”, spiega Jean.

Anche la demografia della Siria rivela le debolezze della strategia russa. Impensabile “stabilizzare” il paese sostenendo un regime come minimo malvisto – quando non apertamente osteggiato – dai sunniti, che sono il 70% dei siriani.

Quanto alla proposta italiana di partecipare ai bombardamenti in Iraq, il presidente non è convinto che possa nascondere solo un tentativo in extremis del ministero della Difesa di evitare i tagli previsti nel bilancio.

“I tagli alla difesa son fatti dal ministero dell’Economia che è organo del governo ed è lo stesso governo che dice di intervenire”, ricorda Jean. Più plausibile gli appare la spiegazione che chiama in causa il ruolo dell’Italia nella NATO e nella coalizione a guida USA che combatte l’ISIS in Iraq.

L’Italia, com’è noto, deciderà prossimamente se adottare nuove regole d’ingaggio che consentano ai suoi quattro Tornado di stanza in Kuwait, impiegati finora in missioni di ricognizione in Iraq, di armarsi per colpire obiettivi al suolo. Oggi il Corriere della Sera è tornato sull’argomento: il governo Renzi, sostiene, starebbe cercando consensi trasversali per iniziare i raid “entro un mese”.

Sulla politica italiana, spiega il generale, incombe un equivoco: “Aiutare il governo di Baghdad, ma non del tutto”. Partecipare ai bombardamenti potrebbe dare al nostro paese un’aura di serietà che avrebbe ricadute positive anche in sede diplomatica.

“La politica deve essere chiara”, si augura Jean. “Se vogliamo sostenere Baghdad, dobbiamo impiegare i mezzi necessari per colpire i suoi avversari e in particolare lo Stato Islamico. Se vogliamo esser presi sul serio, facciamo le cose serie”.

Filippo M. Ragusa

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