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Siria: torna musica a Palmira, ma Aleppo brucia

Torna la musica al teatro romano di Palmira, dove i miliziani dell’ISIS decapitavano i loro prigionieri. A suonare, ieri, è stata l’orchestra filarmonica del teatro Marinski di San Pietroburgo. È il primo concerto da quando le truppe del regime di Bashar al-Assad, con l’aiuto della Russia, hanno riconquistato la città dalle mani dei jihadisti.

Al concerto erano presenti i rappresentanti dell’UNESCO e delegazioni delle truppe russe e siriane. Il presidente russo Vladimir Putin, in videoconferenza da Mosca, ha ringraziato chi combatte contro il terrorismo.

Nell’occasione, il generale Jurij Stavitskij ha annunciato che gli artificieri ai suoi ordini hanno completato la bonifica di Palmira dalle mine lasciate dai jihadisti: 825 ettari di terreno, con oltre ottomila edifici, sono liberi da ordigni, compito “eseguito in pieno”, e i militari sono pronti a ricevere nuovi ordini.

Nella partita per il futuro della Siria, dunque, la giornata ha fatto segnare un punto a favore di Assad e Putin. Ma lo scontro è aperto su tutti gli altri fronti.

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Ad Aleppo continuano a infuriare le ostilità fra l’esercito fedele al presidente e la variegata e scomoda coalizione dei ribelli. Nei giorni scorsi, i bombardamenti hanno colpito ospedali e campi profughi, facendo decine di vittime e scandalizzando il mondo. Oggi l’Osservatorio nazionale siriano per i Diritti umani – una ONG che osserva la situazione da Londra – ha riferito di una furiosa battaglia per il controllo di Khan Touman, un villaggio in posizione strategica alle porte di Aleppo, lungo l’autostrada per Damasco. Ora a tenere la posizione sarebbero i qaedisti del Fronte al-Nusra, ma nello scontro sarebbero morte almeno 73 persone.

Con Latakia e alcuni quartieri della capitale Damasco, Aleppo è una delle tre zone dove l’esercito regolare siriano continua le operazioni dopo il 22 febbraio, data del cessate il fuoco mediato dall’inviato ONU Staffan de Mistura. Il Fronte al-Nusra (e l’ISIS) sono esclusi dai termini dell’accordo, e quindi nei loro confronti le azioni militari sono ancora legittime. Ma numerosi commentatori hanno accusato il regime di usare la presenza di miliziani jihadisti come pretesto per continuare indisturbato gli attacchi contro tutte le fazioni ribelli, anche quelle che l’accordo lo hanno sottoscritto, attraverso l’Alto comitato per i negoziati (HNC).

Assad vorrebbe riprendere il controllo totale di Aleppo, la città più grande e ricca del Paese (prima del conflitto aveva più di due milioni di abitanti). Per ora USA e Russia sono riusciti a concordare un nuovo cessate il fuoco, questa volta totale, della durata di 48 ore. Se sarà rispettato, riprenderanno i lavori per cercare di estenderlo.

Intanto, lunedì pomeriggio si rivedranno a Parigi i rappresentanti dei London Eleven, gli undici Stati “amici della Siria” e alleati con gli USA. Nel frattempo sono diminuiti di numero, e quindi a questo punto sarebbe più giusto chiamarli London Ten: l’Egitto è passato ad appoggiare le iniziative russe. Gli altri nove Stati rimasti, oltre agli USA, sono Arabia Saudita, Emirati arabi, Francia, Germania, Giordania, Gran Bretagna, Italia, Qatar e Turchia. Il vertice di Parigi è stato indetto per le insistenze di Francia, GB e Turchia, tutti Stati impegnati sul campo nella lotta all’ISIS, le cui posizioni sono allineate a Washington, ma che hanno criticato il Segretario di Stato USA John Kerry per le aperture diplomatiche al suo pari grado russo, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

A Parigi si discuterà soprattutto del nuovo assetto politico siriano. Il regime di Assad – che negli ultimi mesi, con il fondamentale aiuto della Russia, ha invertito la tendenza che lo vedeva perdere terreno sul campo – si è detto disposto a condividere il potere con l’opposizione, ma vorrebbe l’ultima parola su quali gruppi accettare e quali respingere, condizione che non va a genio nemmeno ai dissidenti più filorussi. L’HNC invece vorrebbe a tutti i costi che il presidentissimo si impegnasse a uscire di scena: uno scenario che ancora alcuni mesi fa sembrava solo molto improbabile, ma oggi, visti gli esiti della controffensiva, ricorda la fantascienza. La Francia ha riserve su una soluzione negoziata tra USA e Russia, che la escluderebbe dalle decisioni strategiche più importanti e andrebbe contro i suoi interessi commerciali: ora vende armi all’Arabia Saudita, alla Turchia e al Qatar. Mentre Italia e Germania sostengono la linea del cessate il fuoco a ogni costo. Nei giorni scorsi, Staffan de Mistura ha avvertito che l’“alternativa alla tregua” sarebbe “catastrofica”: “Ci sono 400 mila persone pronte a spostarsi verso il confine turco”.

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